Le Ville Imperiali di Capri

L’isola di Capri è indiscutibilmente legata al nome di Tiberio. È il luogo dei suoi palazzi imperiali, che si tramanda fossero dodici, quante le divinità dell’Olimpo, dove egli scelse di vivere in un rifugio dorato gli ultimi dieci anni di vita, dal 27 al 37 d.c. Come facesse a governare lo sterminato Impero Romano dalla piccola isola del Mar Tirreno resta ancora uno dei più appassionanti misteri della storia. Fatto sta che, per inviare gli ordini alla capitale, si serviva del faro costruito accanto a Villa Jovis, la più imponente, attraverso una rete di comunicazioni che si estendeva alle torri di segnalazione di Capo Miseno e  di Punta Campanella e così via fino a Roma, con l’impiego di un ingegnoso codice che prevedeva emissioni di fumo durante il giorno e segnali luminosi, prodotti dall’accensione di fuochi, durante la notte. Ma è anche il luogo dove, secondo le malevoli lingue degli storici Tacito e Svetonio, Tiberio visse tra vizi, turpitudini e dissolutezze. Una ricostruzione della sua vita, recuperata probabilmente da una tradizione a lui ostile dopo la morte e riconosciuta come motivo della scelta di isolarsi a Capri, un luogo difficilmente accessibile, per dare sfogo ad una libidine a lungo repressa ma forse più legata ad una certa ombrosità di carattere e all’esigenza di nascondere l’incedere della vecchiaia. Per Tacito il soggiorno caprese di Tiberio aveva quasi il carattere di una latitanza, una fuga dai doveri di governo a Roma: “Allora Tiberio fissò la sua dimora in dodici ville, ognuna con un suo nome e di grandissima estensione, e nella stessa misura in cui era un tempo dedicato agli affari di stato si diede a segrete dissolutezze ed ad ozi deplorevoli”, mentre per Svetonio l’isola era il luogo delle sue peggiori depravazioni e si soffermava, forse fin troppo, nella descrizione delle contorte perversioni dell’anziano imperatore.

(l‘Imperatore) preparò delle camere […] e le dotò dei libri di Elefantide, perché a nessuno, nel fare l’amore, mancasse l’esempio della posizione richiesta”. Sempre Svetonio, nelle “Vite dei Cesari”, riportava come Tiberio avesse escogitato la realizzazione di salottini, le sellariae, i boudoir dell’epoca in pratica, una sorta di separé con certi sedili disposti tutto intorno alle pareti decorate con rappresentazioni erotiche, dove trascorreva il tempo ad assistere a giochi erotici di gruppo di giovani ragazzi e ragazze. Di questi ambienti, in verità, negli scavi a Villa Jovis, non se ne è trovata traccia anche se come riporta l’eccentrico colonnello americano John MacKowen stabilitosi a Capri, in uno dei suoi scritti dell’Ottocento, le macerie del faro crollato pochi giorni prima della morte di Tiberio furono scambiate per le sellariae, alimentandone il mito. Altri hanno identificato la Villa delle sellariae a Tragara, dove fu rinvenuta una statua mutila di Venere che potrebbe indicarne la destinazione. Ma come se non bastasse, Svetonio aggiungeva anche aneddoti relativi alle terribili torture che Tiberio avrebbe inflitto ai malcapitati che gli venivano in antipatia. Come quelle praticate presso il “carneficinae locus”, il luogo delle esecuzioni, uno strapiombo denominato il Salto di Tiberio a Villa Jovis, da cui si diceva che quei poveretti venissero precipitati a capofitto in mare dove, poi, erano finiti a colpi di remi da marinai appostati a bordo di piccole barche. 

Probabilmente si trattava delle immancabili esagerazioni al veleno di chi tornava a Roma dopo un soggiorno caprese per stigmatizzare quella che veniva considerata una fuga dell’Imperatore dai doveri di governo. Nonostante un tentativo dello storico Cassio Dione, vissuto tra il II e III secolo d.C., di attribuire la scelta di Tiberio di abbandonare Roma alla volontà di allontanarsi dalla madre Livia, in seguito gli storici riprendevano le argomentazioni di Svetonio e Tacito circa la perversione dell’imperatore. Aurelio Vittore affermava che Tiberio “mentre detestava città e folle, aveva scelto l’isola di Capri per nascondere le sue turpitudini”; Ausonio scriveva che il princeps “rinchiusosi nella solitudine degli antri capresi, credette, ma invano, che quanto tradiva con i suoi vizi fosse coperto dai luoghi”; Claudiano citava “la Capri dell’abominevole vecchio”. Villa Jovis chiuse la sua storica vicenda, per certi versi nefasta, di residenza imperiale dopo la morte di Tiberio, cadendo nell’oblio. Nel Medioevo proprio la condanna, quasi unanime, della perversa condotta di Tiberio comportò una sorta di damnatio memoriae delle testimonianze relative alle antiche vestigia imperiale nelle opere dedicate all’isola. Proprio in questo periodo nel punto più alto del palazzo, in pratica al di sopra delle stanze d’alloggio dell’imperatore, venne edificata una cappella dedicata ai Santi Cristoforo e Leonardo (oggi S. Maria del Soccorso) e, più tardi, collocata una Statua della Madonna, come contrappasso a quelle pratiche pagane. A conti fatti Tiberio passò per l’antesignano di tutti i libertini d’importazione, il capostipite di tutti i dissoluti sbarcati sull’isola. Al di là delle smentite degli studiosi più autorevoli i quali ricordavano l’uomo di cultura e il mecenate, circondato da studiosi, giuristi, letterati ed anche astrologi, in una sorta di riabilitazione del personaggio, questa triste nomea è rimasta morbosamente legata, tra le pieghe dell’immaginario collettivo, al nome di Capri come indispensabile alimento alla rappresentazione, tuttora, di un’isola della trasgressione. Solo durante il Rinascimento, proseguendo poi attraverso i secoli successivi con gli scavi, fino ai giorni nostri, ci fu una riscoperta della storia archeologica di Capri. Una storia che è stata sempre indirizzata alla ricerca delle dodici famose ville che, stando a Tacito, sarebbero state intitolate alle varie divinità dell’Olimpo: “tum Tiberius duodecim villarum numinibus et molibus insederat”(in quel tempo Tiberio si era insediato a Capri fra gli dèi e le moli di dodici ville). Tralasciando le malcelate accuse, al vetriolo, di lusso sfrenato e di turpi perversioni portate avanti da Tacito e Svetonio, bisogna pur considerare che non c’era ricco romano che non possedesse più ville, adatte ai soggiorni nelle diverse stagioni. Quindi appare naturale che proprio a Capri, un’isola esposta ai venti e alle burrasche invernali, l’Imperatore cercasse, nella varietà dei luoghi, le condizioni più adatte per un soggiorno prolungato. Infatti, Tiberio, come già il suo predecessore Augusto, a seconda delle stagioni e del suo umore, prediligeva soggiornare ora in una, ora in un’altra delle sue ville imperiali. Ma nessuna residenza si identificava nel suo spirito da eremita come Villa Jovis. Sul lato nord l’archeologo Amedeo Maiuri aveva riportato alla luce un lungo corridoio, l’ambulatio dove passeggiava colui che portava sulle spalle le sorti dell’Impero Romano potendo ammirare, nel suo andare e venire, il meraviglioso panorama del Golfo di Napoli. 

Ma, effettivamente, dodici ville imperiali anche per un luogo di incomparabile bellezza come Capri, sembrano un po’ troppe e forse l’ansia della loro scoperta ha finito per identificare come residenze imperiali anche più modesti impianti di villae rusticae (ville di campagna) e di villae fructuariae (edifici dove si conservavano le derrate alimentari), abitate da liberti coltivatori e amministratori del patrimonium principi. Si deve allo storico Rosario Mangoni, nell’Ottocento, una loro prima catalogazione: Villa Jovis; Villa del Tuoro Grande o di Tragara; Villa d’Unghia Marina; Villa del Colle S. Michele; Villa del Castiglione; Villa del Truglio alla Marina Grande; Villa di Aiano; Palazzo a Mare; Villa di Capodimonte (oggi Villa Axel Munthe); Villa di Timberino, Villa di Monticello; Villa di Damecuta, ad Anacapri. Di queste dodici ville, o presunte tali, devastate e depredate nei primi disordinati scavi tra 1700 e 1800, solo tre sono sopravvissute per testimoniare i fasti dell’epoca imperiale di Capri: Villa Jovis sul Monte Tiberio, la più grandiosa e non poteva essere altrimenti come residenza di un imperatore romano, che, grazie alla particolare posizione e alle solide strutture fortificate, dominava dal promontorio orientale dell’isola sullo stretto e strategico canale delle Bocche di Capri, poi teatro della cruenta contesa anglo-francese del 1808 per il suo possesso. L’edificio esprime chiaramente la volontà di dominio, la necessità di difesa, e non soltanto un desiderio di riposo o di rilassatezza di costumi, come riportato da Tacito e Svetonio. È la villa di Tiberio per eccellenza, non soltanto perché personifica, più di ogni altra, il suo animo cupo, il suo carattere introverso, la sua amara voluttà di solitudine, di isolamento ma perché lo accolse e lo protesse nei momenti più drammatici del suo volontario esilio e ne condivise le tragiche ore del tradimento e della estrema volontà di difendere sé stesso e l’impero. La seconda sulla spianata di Damecuta, in aperta campagna, dove si gode uno dei più bei panorami dell’isola che abbraccia tutto il Golfo di Napoli fino alle isole di Procida ed Ischia, tra querce, carrubi e ulivi immersi nella macchia di ginepri, mirti e ginestre. 

L’altopiano di Anacapri, in effetti, con la sua maggiore altitudine e la sua esposizione ai venti di maestro e di ponente, doveva rappresentare per i Romani, più che per noi, abituati come siamo ai bagni di mare, il luogo ideale per un ameno soggiorno estivo, una sorta di eremitaggio per Tiberio. Durante la calura estiva egli preferiva Palazzo a Mare, sul versante occidentale di Marina Grande, che degrada verso il mare, verso i Bagni di Tiberio, quelli che sono considerati come il quartiere marittimo del più vasto complesso della villa. Inoltre, esisteva un porticciolo che ospitava piccole barche per gite di piacere. Di un’altra grande villa posta sulle pendici settentrionali del Castiglione, non resta che la sola documentazione dello scavo fatto dall’austriaco Norberto Hadrawa in diverse campagne, tra il 1786 e il 1790, quando rinvenne cinque stanze con stucchi, pitture e mosaici, una delle quali usata come bagno. Scarse le tracce delle altre Ville di Unghia Marina e di quelle di Tiberino e del Pozzo sul versante occidentale di Anacapri. 

Il complesso degli edifici situati nella valletta di Tragara, invece, era particolarmente indicato per un soggiorno invernale perché esposto al sole e riparato dai venti freddi. 

La strada di accesso alla villa, che conserva ancora lo stesso tracciato verso il belvedere sui Faraglioni, si può localizzare nella zona delle cosiddette Camerelle, omonima strada dello shopping di lusso. 

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