Capri: il senso di casa si mischia al senso di mondo

Ci sono cose che non ci dispiace fare, che facciamo volentieri. E poi ci sono cose di cui sentiamo un bisogno, verso le quali sentiamo un richiamo. Da quando faccio il chirurgo per me questa è la chirurgia. Adoro il mio lavoro, restare un giorno in sala operatoria è tra le cose più stimolanti ed appaganti che potrei fare in una giornata”. Filippo Di Meglio è un giovane chirurgo plastico, orgogliosamente caprese anche se oggi risiede a Bruxelles dove dirige l’unità di Chirurgia Plastica dell’Ospedale Saint-Pierre. 

Figlio di genitori entrambi medici, finito il liceo il suo primo pensiero è stato “non studierò mai medicina”. Dopo aver passato il primo anno di studi tra le facoltà di Scienze Politiche e Giurisprudenza dell’Università Luiss Guido Carli di Roma non ha potuto alla fine non arrendersi a quel richiamo, a quello che evidentemente era il suo destino. 

Quindi, dottor Di Meglio lei è stato influenzato indirettamente dalla professione dei suoi genitori?

“Sarebbe sciocco dire di no, bisogna lasciarsi influenzare dalle persone migliori che ci circondano ed io conosco poche persone in gamba come i miei genitori. Ma è stata sicuramente anche una scelta autonoma, non sono mai stato spinto o forzato”.

Quando si è reso conto di voler orientare la sua attenzione alla chirurgia plastica?

“Ho sempre creduto che la chirurgia plastica fosse una branca molto affascinante. È un incredibile punto di incontro di scienza e tecnica e, nella mia visione, anche di arte.  Tutta la medicina concettualmente cura un male e anche la chirurgia plastica lo fa, sia nella sua accezione ricostruttiva che nella sua accezione puramente estetica: in quest’ultima a volte con il bisturi curiamo un male dell’anima su un corpo sano. Erroneamente molti credono che chi si rivolge alla chirurgia estetica lo faccia per piacere agli altri ma io trovo siano casi rarissimi. Chi arriva ad operarsi più spesso lo fa per cercare quell’armonia che alle volte abbiamo negli occhi e che vorremmo rivedere su di noi; non di rado per correggere dei difetti di cui nessuno si accorgerebbe, ma che causano un disagio del tutto soggettivo. Risolvendo questi personali accenti negativi riescono ad accettarsi e ad andare avanti”.

A questo punto è doveroso chiederle se la chirurgia plastica è da intendersi come un fenomeno sociale o reale esigenza di benessere psicofisico per curare questo “male personale”?

“Non bisogna essere ipocriti, diciamo che coesistono a vari livelli entrambe le cose. Ma la spinta verso il perfezionamento, il desiderio di migliorarsi è insito nell’animo umano. È importante coltivare la propria interiorità, ma da sempre il nostro aspetto esteriore è il primo modo che abbiamo per relazionarci con gli altri ed ha un suo peso. È facile derubricare l’attenzione che diamo al nostro aspetto ad una società invasa dai social media. Ma non è mai esistito un tempo in cui il modo di presentarci agli altri non avesse un valore, non portasse un messaggio: quando a Costantinopoli fu deposto l’imperatore Giustiniano II gli fu amputato il naso per assicurarsi che non potesse più riprendere il potere.  Il messaggio era: una persona con una menomazione e con una menomazione così evidente, non può essere a capo dell’Impero. Giustiniano impiegò dieci anni per riprendersi il trono e scacciare gli usurpatori, non prima però di essersi fatto ricostruire il naso con una protesi in oro. Questo trovo sia un po’ il senso più profondo del mio lavoro. Tutti abbiamo il diritto di vederci e di sentirci completi, di essere messi in condizione di vincere la battaglia più difficile, che è quella con noi stessi.  

Poi esiste e non nego il problema in cui il peso della nostra immagine forse diventa sempre più ingombrante. Basta pensare alla quantità di foto che scattiamo oggi con i cellulari: siamo tutti delle piccole celebrità.  Le foto vengono postate sui social e siamo tutti un po’ sotto pressione. Sapersi accettare è ancora un grande valore e la scelta che spesso mi sento di consigliare ai miei pazienti, però se un difetto estetico arriva a condizionare la nostra vita, le nostre scelte, la nostra voglia di uscire e socializzare, la chirurgia estetica è liberatoria e può permetterci di vivere la vita a pieno. Penso a tanti casi di persone che avevano perso il piacere di mettersi in costume o ragazze di trent’anni che non si erano mai fatte una foto di profilo perché non erano mai riuscite ad accettare il proprio naso. È giusto imparare ad accettare le proprie diversità ed i propri difetti, ma non è meno giusto provare a superarli quando diventano un peso eccessivo. Senza aprire il capitolo della chirurgia ricostruttiva, che è tanta parte del mio lavoro e che ovviamente è un discorso ancora differente”.

Lei ha una formazione internazionale, il suo lavoro le da modo di viaggiare tantissimo. Una vera ricchezza questa, e non solo professionale. 

“Ho iniziato a studiare medicina quattordici anni fa e questi studi mi hanno portato in giro per il mondo perché oggi, per quanto ci si possa formare bene, il reale valore è dato dall’esperienza che si acquisisce confrontandoci realtà internazionali che raggiungano standard qualitativi dei massimi livelli. L’ultimo anno l’ho trascorso a Taiwan, nel sud est asiatico e, ancor prima, a Bruxelles, che è dove oggi vivo e dirigo l’unità di Chirurgia Plastica dell’Ospedale Saint-Pierre”.

Facciamo un passo indietro, mi racconti della sua Capri, della sua isola, della sua adolescenza.

“Ho avuto la fortuna di studiare, ai tempi del liceo, alla Certosa di San Giacomo ed è una di quelle esperienze che mi porterò dietro per tutta la vita a cominciare dal ricordo che ho dei miei professori, quasi come dei personaggi letterari come il prof. Peppino Salvia e la prof.ssa Marina Benevento; insomma, il liceo era costellato da insegnanti che estremamente preparati, ma anche caratteristici e formativi. Mi hanno insegnato principalmente che attraverso la cultura si può intendere la vita”.

Il ricordo di una sensazione che prova quando dai suoi viaggi rientra nella sua amata Capri?

“Il ricordo è quello di una sensazione dolce, dove il senso di casa si mischia al senso di mondo. Capri è un’isola piccola che ha tutti gli aspetti tipici del piccolo paese. Poi, ogni tanto, è come se in questo piccolissimo paese entrasse tutto il mondo. E ti ritrovi a viaggiare senza esserti mai mosso da questa piccola isola”.

E cosa porta con sé in giro per il mondo della sua amata Capri? 

“Banalmente potrei dire che porto con me la bellezza, quella che a Capri abbiamo negli occhi sin da quando nasciamo e che, come capresi, siamo un po’ condannati a ricercare ovunque.  Poi quest’isola ti insegna a saper stare un po’ con tutti e a saper rispettare tutti perché Capri è un luogo dove tante realtà diverse e dai diversi punti di vista riescono a convivere”.

E quando rientra sull’isola dove trascorre il suo tempo?

“La risposta più organica che posso dare con quello che ci siamo detti è sicuramente la piazza. È stata chiamata il salotto del mondo, ma io la sento anche un po’ il salotto di casa mia. È il luogo degli incontri con gli amici vecchi e vecchissimi, di Capri e del mondo, che rivedere spesso fa bene all’anima.  Molte delle persone con le quali sono cresciuto nei primi vent’anni della mia vita, oggi vivono fuori, in Italia o all’estero. Molte altre sono di fuori. E rivedersi a Capri è come presentarsi ad un appuntamento non scritto, mai dato, ma al quale non si può mancare. Anche questa è una forma di medicina. 

 Attualmente vivo stabilmente a Bruxelles, e lavoro tra li, Roma e Capri appunto, dove torno uno o due weekend al mese, per lavorare, certo, ma anche perché non saprei farne a meno”.

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