Da bambino gli piaceva giocare a calcio ed infatti, per un po’, è stato sui campi ma, Marco Sommella non essendo un talento di quelli innati, sotto consiglio del nonno e del padre, smise di puntare sulle sue presunte qualità calcistiche addentrandosi in questo settore come procuratore e oggi, dopo una laurea in legge, sono più di ventidue anni che fa questo lavoro.
Come ha cominciato a fare il procuratore, da dove nasce questa scelta?
“Nasce dal fatto che provengo da una famiglia che ha da sempre masticato calcio, mio nonno era nel settore e lo stesso mio padre era uno degli allenatori più quotati in Campania, ma nasce anche dalla passione che avevo quando giocavo da bambino”.
Che cosa le piace di questo lavoro?
“Per chi ha la passione per il calcio come me, vedere crescere ragazzini semisconosciuti diventare dei campioni in giro per il mondo e stare a contatto con loro negli stadi è una grande soddisfazione. Inoltre, per chi, come me, è partito da zero ed è riuscito a fare qualcosina di importante è una grande gratificazione. Il mio è un lavoro embrionale soprattutto a livello psicologico, che trova poi la sua dimensione sui campi di calcio”.
È vero che si va ad istaurare un forte legame umano con i calciatori?
“Indubbiamente si diventa un indiscusso punto di riferimento sia per loro sia per le famiglie, identificando in me la figura di un fratello maggiore, anche se negli ultimi anni il divario generazionale è più ampio e quasi vado a ricoprire la figura di un padre. Molti dei ragazzi che ho seguito hanno smesso, c’è infatti chi ad esempio oggi fa l’allenatore; partono in tanti ma sono pochi quelli che riescono ad arrivare al traguardo. Bisogna gestire tante delusioni, in fondo se fosse stato facile avrei giocato io in prima persona. Il calcio è totalmente meritocratico, o hai delle doti per arrivare a certi livelli o non le possiedi, un po’ come un cantante, o sai cantare oppure no”.
Un nome importante che ha tenuto sotto la sua ala?
“Ciro Immobile, un ragazzo che seguo da sempre, da quando è partito da Sorrento a diciassette anni e, dopo sedici anni, siamo ancora qui. Oggi è l’attaccante più importante degli ultimi venti anni che abbiamo in Italia, mi è arrivata tra le mani infatti, a conclamazione di quanto sto sostenendo, una classifica dei top e il suo nome è vicino a quello di Messi e di Cristiano Ronaldo. Come lui ce ne sono tanti ma è sicuramente l’emblema di chi con il sacrificio, con la costanza e con il lavoro raggiungere dei grandi risultati”.
Sul fronte dei giovanissimi fate una selezione?
“Certo, ci sono dei ragazzi napoletani che hanno tra i sedici e i diciassette anni che giocano con la Juventus e che si spera possano diventare importanti, dobbiamo attendere ancora un po’, tante sono le insidie anche se i presupposti ci sono. Il nostro lavoro è scommettere su personalità. Abbiamo uno scopo comune, quello di arrivare più in alto possibile”.
Cosa pensa del mondo nel calcio italiano?
“Ci sono in ballo tanti interessi e tante complicanze, prima bastava una stretta di mano, oggi neanche più i contratti firmati valgono, ci sono stati dei cambiamenti ma a noi l’aspetto principale che interessa è quello del campo. Questi ragazzi partono con un sogno, ma non tutti ci riescono e il nostro compito è quello di aiutarli, ci sono insidie e problematiche continue, alcune delle quali le lasciamo ai presidenti dei club, in alcune dinamiche neanche ci vogliamo entrare. Tante le situazioni in cui si arriva a fare guerre in tribunale, ricorsi, ma questo non è il calcio che ci interessa, noi siamo nati sui campi polverosi e la soddisfazione sta proprio nel vedere che questi stessi ragazzi con la polvere alle ginocchia oggi giocano negli stadi più belli del mondo”.
Da quanti anni viene a Capri?
“Più di trenta, qui ho conosciuto mia moglie, il primo bacio ce lo siamo dati in taverna Anema e Core e qui abbiamo fatto una mini luna di miele dovuta ai miei impegni lavorativi e non potevo concedermi giorni di vacanza. Le nostre figlie vengono tutte le estati, qui ci sentiamo a casa”.