Ha appena ottenuto le Tre Bacchette e il Premio Speciale “I Maestri del Sushi” nella Guida Sushi 2025, attribuiti dal Gambero Rosso a Ignacio Hidemasa Ito, lo chef nippo-brasiliano diventato famoso per la sua cucina ricca di contaminazioni. Un sogno diventato realtà da Otoro81 a Napoli dove lo Chef con una squadra eccellente mette in scena la cucina fusion, che tra l’altro trova terreno fertile in Campania. La cucina Nikkei, infatti è una fusione tra la sacralità giapponese e la vivacità sudamericana, una storia secolare che unisce due terre diverse e lontane.
Un legame che per Hidemasa nasce nel tempo, come ci racconta del suo arrivo in Italia, prima di Napoli infatti ha lavorato a Capri?
“Si a Capri ho avuto una delle mie prime esperienze italiane, ho collaborato con il Capri Palace, il Riccio, e poi con Roberto Staiano gestore di un bar, gelateria, ristorante italiano e un sushi a Marina Grande, mentre prima di arrivare in Italia mi sono formato lavorando per otto anni a Nakombi, ristorante giapponese a San Paolo in Brasile e in Giappone da Daizushi e Daiithi, due realtà molto note, il primo era un sushi bar Omakase e il secondo era un ristorante di cucina kaiseki”.
Il riconoscimento delle tre bacchette è per lei un punto di arrivo o è fonte di ispirazione per la sua creatività?
“Il riconoscimento per me è una fonte di grande inspirazione, che mi spinge ad indagare sempre meglio sugli abbinamenti per renderli più esclusivi e per cercare di utilizzare i prodotti locali più vari e adattare le varie tecniche giapponesi e Nikkei per avere risultati sorprendenti”.
La bellezza dei luoghi e le materie prime fresche e di grande varietà che trova in Campania, le fanno sentire meno la lontananza dalla sua terra, il Brasile?
“Sicuramente è così, in più Napoli è una città bellissima, ritengo la città più bella al mondo, c’è cultura, arte, artigianato, tanta varietà di cibo e spunti culturali impagabili, dalla moda al design, all’artigianato, a sarti d’eccellenza, artisti e presepisti, un tripudio di bellezza”.
Qual è l’aspetto di Capri che le è piaciuto di più?
“Sicuramente mi è rimasto nel cuore il fascino della Grotta Azzurra, la vista da Ancapri e le ville che non hanno bisogno di ventilazione perché sono state costruite nei punti dove passa il vento. Questo e molto altro ricordo di Capri”.
Il sogno ancora da avverare si discosta molto dai progetti futuri?
“No assolutamente, sono molto felice in questo momento professionale, considerando che adesso ho trovato una struttura che mi offre molta autonomia e mi lascia provare tante cose nuove, tutto il resto è working progress”.
Il suo approccio professionale con la realtà napoletana?
“Napoli è un’inespugnabile roccaforte della tradizione, in realtà è essa stessa la testimonianza di una cucina fusion, risultato di commistioni culturali, contaminazioni e dominazioni, da sempre aperta al nuovo. La cucina infatti è una continua sperimentazione e ricerca, e la perfezione è un’utopia. Dunque, Napoli è il miglior posto dove potessi esprimermi adesso”.
Come riesce a far sentire le contaminazioni tra la cucina giapponese e quella nostrana?
“La cucina giapponese è frutto di contaminazioni stratificate, grazie alla storica capacità di replicare e reinterpretare le pietanze. Tutto si può reinterpretare, ma alla base c’è sempre la scelta del pescato, la qualità del riso e la croccantezza dell’alga; tutto il resto è adattamento al contesto e sensibilità nell’interpretare i desideri del cliente”.