“Capri e l’arte dell’ospitalità attraverso i secoli”, con la prefazione del prof. Alberto Lucarelli, è il titolo del nuovo libro del giornalista caprese Luciano Garofano, edito dalla Capri Green. La pregevole pubblicazione, tradotta anche in lingua inglese e riccamente illustrata con più di cento immagini in bianco e nero e a colori, riedizione di “Capri in Etichetta”, riveduta e aggiornata, racconta l’epopea dell’ospitalità tipica caprese attraverso i secoli, analizzandone l’evoluzione dalle origini fino ai giorni nostri, dall’arrivo dell’Imperatore Augusto all’overtourism che, ultima frontiera di un non più sostenibile turismo di massa, sta pericolosamente minando l’equilibrio del fragile ecosistema isolano. “Luciano Garofano” – scrive nella prefazione il prof. Lucarelli – “prima ancora di essere uno scrittore e giornalista, è un attento osservatore del ‘suo territorio’ e essere osservatore curioso a Capri significa avere un’anima cosmopolita sul mondo, a prescindere se si è viaggiato o meno. È il mondo che è sempre venuto a Capri, e l’Isola, pur stando apparentemente ferma, ha attraversato da protagonista le grandi fasi epocali di trasformazione dell’umanità… Un intellettuale innamorato della sua Isola, ma soprattutto innamorato della sua bellezza, della capacità di esprimere il bello che non è solo legato alla natura, all’ambiente, ma in grado di esprimere un significato molto più ampio, una essenza dolce e amara allo stesso tempo, capace di ferirti a morte. Siamo tutti feriti a morte! L’Autore di certo è ferito a morte e ne è melanconicamente consapevole, ma allo stesso tempo vuole assumere il ruolo dell’ultimo dei samurai, arroccato nella fortezza, dove, a differenza del Deserto dei Tartari, il nemico è stato avvistato e ha anche occupato i luoghi ed invaso le anime della bellezza…”. Un’invasione, fatta di grandi numeri e di grandi spostamenti, che finisce per bruciare i luoghi toccati, che distrugge le stesse ragioni d’essere del viaggio e mette in discussione le finalità di fare turismo sull’isola rischiando, seriamente e definitivamente, di azzerare anche i caratteri distintivi di quell’arte di ospitare, tipicamente caprese, così faticosamente costruita attraverso i secoli. Capri e l’arte di ospitare un binomio inscindibile dalla storia degli uomini che l’hanno esercitata, trasformando un’isola di pescatori e agricoltori in un’industria del turismo. Il libro, nella rivalutazione di quell’arte ormai dimenticata, vuole essere un omaggio a quei tanti capresi che, grazie alla loro laboriosità e imprenditorialità, dagli inizi dell’Ottocento a oggi, dall’impianto delle prime locande a gestione familiare ai grandi alberghi di lusso, hanno contribuito a fare di Capri una stazione turistica all’avanguardia e universalmente riconosciuta come meta dell’anima. Senza dimenticare i portieri d’albergo, i maître, i cuochi e i camerieri, le governanti e i facchini, i cocchieri e i barcaioli, le guide e i conduttori, che, con il loro lavoro di addetti al ricevimento ed al soggiorno dei forestieri, discreto e garbato, hanno segnato il mito di quel fare ospitalità. Ma Capri, a dispetto della sua fama, nell’antichità non dovette godere di una buona reputazione in quanto ad ospitalità. Una brutta nomea che si porterà dietro sin quasi alla fine del XVIII secolo, quando iniziò a essere meglio conosciuta e apprezzata grazie ai resoconti dei viaggiatori dell’epoca, un’attività proseguita per tutto l’arco dell’Ottocento in forme e stili diversi, con un maggior ritorno d’immagine per l’isola. L’isola, infatti, quando nacque la consuetudine del viaggio d’istruzione in Europa, dalla metà alla fine del XVII secolo, rimase fuori dal circuito del Gran Tour, Scrittori e studiosi, soprattutto inglesi, ma anche tedeschi e francesi si spingevano raramente oltre Napoli ed altrettanto a Capri, per non sfidare l’insidia del mare e dei corsari. Una prima, timida, scoperta di Capri si ebbe solo verso la fine del Settecento grazie all’interesse archeologico per le sue rovine d’epoca romana, sulla scia di quello suscitato dagli scavi di Ercolano, prima e di Pompei, subito dopo. Un interesse che iniziava a proiettare l’isola sullo scenario del mondo, diradandosi quell’alone di mistero che la circondava dall’antichità e che, ora, contribuiva ad alimentarne il mito. Della vera e propria invenzione di Capri, quella che rappresenterà le fortune dei suoi abitanti, si potrà iniziare a parlare nell’Ottocento. Un’invenzione che nacque, senza ombra di dubbio, nel 1826, anno della riscoperta turistica di quella che, d’allora in poi, si sarebbe chiamata Grotta Azzurra, divenuta ben presto la principale attrattiva dell’isola. Una riscoperta che divenne un mito, amplificato da letterati e pittori, diffusosi a cerchi concentrici, con una velocità impressionante, in tutto il mondo sulle ali spiegate del Romanticismo. Una concomitanza che, in definitiva, segnò il destino di Capri e dei suoi abitanti, innescando quel processo virtuoso che non si è più arrestato fino ai giorni nostri. Intanto, con il nuovo secolo, erano cambiati anche i mezzi di trasporto e i modi di viaggiare, lungo altri itinerari e percorsi turistici. Nel contempo si metteva mano a una gran mole di lavori pubblici per migliorare la pulizia e lo stato delle strade come degli alloggi destinati ai viaggiatori. Era il 1839, un anno storico, quando fu inaugurato il primo tratto della ferrovia Napoli-Portici che rappresentò l’inizio dell’avventura italiana sulle rotaie. I viaggiatori forestieri giungevano, così, a frotte a Napoli dove sempre più sovente si imbarcavano alla volta di Capri. Prima che fosse istituita una vera e propria linea di collegamento giornaliera, tre barconi a remi collegavano l’isola con la terra ferma e scaricavano, due volte a settimana, derrate alimentari, la posta e qualche forestiero direttamente sulla spiaggia, portato a spalla dai pescatori. In seguito, fu costruita una rudimentale banchina che però non consentiva ai vapori di attraccare, tanto che dovevano fermarsi all’ancora in rada ed i passeggeri venivano trasbordati, con i loro bagagli, nelle barchette dei pescatori, con non poche difficoltà. I capresi, intanto, stavano iniziando a prendere coscienza, in maniera ancora troppo istintiva, quasi primitiva, della rivoluzione che stava investendo la loro isola. Da sempre umili pescatori e rozzi contadini, stavano iniziando, cioè, a guardare i forestieri con occhi più smaliziati, attenti più alla loro borsa che alla loro stravaganza. Poi, quando iniziarono ad arrivare, non solo più artisti squattrinati e strani personaggi ma, sempre più spesso, nobili e signori altolocati che si facevano costruire le prime sontuose ville, gli isolani cominciarono a realizzare del tutto che si stavano dischiudendo davanti a loro attività ben più lucrative che spezzarsi la schiena nei campi a coltivare la terra o sul mare a pescare, spesso per giorni lontani da casa. L’industria del forestiero stava muovendo, così, i suoi primi passi, lentamente, ma non ancora al passo con la fama che Capri, intanto, stava acquisendo vertiginosamente nel mondo. Il suo sviluppo, in questa prima fase, non si discostò di molto da quello di tante altre località turistiche del Mediterraneo che dovettero la loro fortuna al soggiorno invernale degli aristocratici stranieri che iniziavano a scoprire le coste italiane alla ricerca di un miglior stato di salute in considerazione dei benefici che si credeva apportassero all’organismo umano l’acqua fredda e l’aria di mare. Per questo motivo Capri non si era ancora affermata come stazione balneare estiva. La ‘stagione buona’ era quella dei mesi freddi. L’isola si propose così, all’inizio della sua storia turistica, per un turismo essenzialmente invernale d’élite, legato alla salubrità del clima, che assurse anche a rimedio terapeutico per curare malattie reumatiche e polmonari. Si era al cospetto una forma di turismo esclusivo che si caratterizzava per lunghi soggiorni e per la richiesta di strutture confortevoli e di prestigio, oltre a servizi essenziali in piena efficienza, come l’acqua potabile e le fognature. È indubbio che questa prima forma di turismo invernale significò una svolta importante anche nell’ambito degli investimenti e dello sviluppo socioeconomico dell’isola. Ed è proprio per rivolgersi a questa prima categoria di clienti, rappresentata da aristocratici forestieri in cerca di mare freddo, che gli alberghi più importanti furono edificati, intorno ai primi anni del 1880, alla Marina Grande non solo perché luogo di approdo ma soprattutto perché esposta a Nord, meno soleggiata e fresca d’inverno. Alla fine del secolo si conteranno una ventina, tra grandi alberghi, con tutti i confort, dell’epoca, per una clientela sempre più esigente e piccole locande, la maggior parte a gestione familiare. Gli alberghi non bastavano certo da soli a soddisfare le esigenze degli ospiti: bisognava dotarsi di nuove infrastrutture per accoglierli nel migliore dei modi. Sono del 1899 tre importanti progetti che saranno realizzati di lì a più tardi: la costruzione della Funicolare per il collegamento dalla Marina al Paese, quella della centrale elettrica per fornire l’illuminazione sia pubblica che privata e l’approvvigionamento di acqua potabile dalla terraferma tramite bettoline per sopperire alla sempre più crescente richiesta.
Indiscutibilmente l’accelerazione impressa al processo di mutamento dell’economia isolana, da agricola e marinara a industriale, passò attraverso questi tre fondamentali progetti, senza la realizzazione dei quali Capri non sarebbe diventata stazione turistica. Certo c’era ancora molto da fare, come la trasformazione in porto dello sbarcatoio alla marina, con la conseguente istituzione di più idonee e stabili linee di collegamento marittimo con Napoli, l’allargamento delle strade di congiungimento tra i maggiori nuclei abitativi dell’isola ed il miglioramento delle condizioni igieniche e strutturali e sociali del paese. A beneficio della colonia di stranieri che risiedeva stabilmente sull’isola, iniziarono a sorgere, accanto agli alberghi, anche numerose ville, dal gusto tipicamente borghese e dall’architettura continentale, ancora oggi testimoni di quell’epoca d’oro. Capri, per dirla con Edwin Cerio, era diventata la ‘legione straniera del mondo’, dove approdavano ‘poeti, artisti ed anime vaganti’. “L’Autore guarda indietro” – scrive Lucarelli – “e soprattutto guarda a quella Capri, che tra la fine dell’Ottocento fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, è la massima espressione della cultura europea. Un’Isola che virtualmente sta a pieno titolo nel perimetro mitteleuropeo (Monaco-Vienna-Praga), orientato alla crescita spirituale della personalità, dove anche il processo di sviluppo economico, scevro da volgare incultura, ne è funzionale. Fino a quel momento, come ben tratteggiato dall’Autore, Capri è il luogo del cd. cosmopolitismo, della Cultura da contrapporre alla civilizzazione internazionale dei mercanti”.
Una colonia piuttosto variegata, composta non solo da artisti e intellettuali e quanti potevano permettersi di vivere senza lavorare ma anche da una non trascurabile rappresentanza di stravaganti e spregiudicati dandies, uomini eleganti e donne fatali dalla ambigua sessualità, d’ogni genere e provenienza, in fuga dai loro paesi d’origine in ragione dei loro comportamenti trasgressivi, che aveva trovato rifugio discreto e sicuro sull’isola per via dell’aria di libertinaggio che sembrava si respirasse, alimentata proprio dal mito delle follie tiberiane. Ai capresi, certo, non importava quali inclinazioni sessuali avessero o eccentriche perversioni praticassero quei forestieri, chiudevano un occhio anzi tutti e due, purché fossero munifici e pagassero i conti. In fondo, ieri come oggi, Capri ha sempre mantenuto, in contrasto con una certa forma di bigottismo imperante e perbenismo di facciata ma, forse, solo in apparenza, un’indiscutibile tolleranza, un misto di discrezione e benevolenza, nei confronti dei propri particolari ospiti. Neanche sotto il Fascismo un vero e proprio repulisti fu mai fatto e, anche se ci fu un giro di vite, Capri continuò ad essere una sorta di enclave, dove venivano tollerate le eccentricità e le stravaganze degli stranieri, proprio perché rientrava eccezionalmente, più che ogni altro posto, nell’ottica della sacra ospitalità caprese. Una lunga e significativa stagione che durò fino agli anni Trenta del XX secolo, quando il numero dei visitatori, soprattutto giornalieri, iniziò ad essere così ingente ed i mezzi di comunicazione sempre più rapidi e diversificati che l’isola, fino ad allora abituata ad una forma di turismo elitaria, mostrò i primi segni di un’evidente standardizzazione che si ripercuoterà anche nell’industria alberghiera che comincerà ad adattarsi alla nuova clientela, anticipando l’evoluzione dei decenni successivi. Dal dopoguerra, in pieno boom economico, l’arrivo, oramai consolidato ai giorni nostri, di gruppi sempre più organizzati, ha messo a dura prova il mito dell’ospitalità tipica caprese, discreta e garbata, finendo per assorbire in molti casi, suo malgrado, le mutate esigenze di un modo di vivere l’isola sempre più variegato, che non sarà mai più quello, romantico e trasognato, della ‘belle epoque’. Nel rafforzare l’excursus sull’epopea dell’ospitalità caprese attraverso i secoli, l’autore ha inserito, corredandola di bellissime immagini, la singolare e affascinante storia delle etichette da valigia, che finisce per identificarsi con quella dei bagagli su cui erano attaccate e dei loro proprietari che li portavano in giro per il mondo. I forestieri, approdati alla marina, a cavallo tra fine Ottocento e inizi Novecento, con gli ingombranti bagagli al seguito da trasferire in albergo, dovevano per forza affidarsi a qualcuno del posto per arrivarci, non essendoci ancora idonei mezzi di collegamento. Bagagli che, nella filiera di trasferimento dal porto al paese, per i facchini ma soprattutto per i portieri d’albergo che vi vivevano più a stretto contatto, valevano molto di più dell’abbigliamento, delle maniere e delle facce dei loro proprietari. Bastava uno sguardo d’insieme alla costellazione di etichette presenti su di esse per inquadrare il cliente e farsi un’idea di come ci si sarebbe dovuti regolare… Facendone un’arte. Del resto, come oggi ci si comporta in base al dispiegamento delle carte di credito sul bancone dell’accettazione. Una storia che, quindi, parte dall’arrivo dei forestieri sullo sbarcatoio di Marina Grande, che poi sarà molo e dopo, ancora, diventerà porto, per arrivare fin dentro la reception degli alberghi, dove veniva consumato il rito dell’incollaggio di quelle colorate e raffinate piccole gioie di carta sui bagagli. Un gesto, non solo di cortesia verso il cliente, nel segno della migliore ospitalità tipica caprese, ma anche di un’incredibile promozione turistica per diffondere l’immagine degli alberghi al di fuori dell’isola. In conclusione, come ben analizza l’autore, le vicende dell’evoluzione turistica di Capri si identificano in quelle dei viaggiatori, con i loro bagagli al seguito, che ne hanno dettato i tempi e gli aspetti meglio confacenti al clima culturale di appartenenza. Da quelle archeologiche, naturalistiche e neoclassiche del Settecento a quelle romantiche e decadenti dell’Ottocento, da quelle libertine e poi futuriste di inizio Novecento, a quelle austere e patinate del Ventennio Fascista, fino a quelle eccentriche e stravaganti degli anni Cinquanta e Sessanta. Poi il sopravvenire dell’era dei jet andò a modificare pesantemente la dinamica del viaggio e anche il design del bagaglio, a tutto discapito delle linee marittime e terrestri, come risultato di notevole risparmio di tempo e di praticità, eliminando l’esigenza di portarsi dietro quelle grandi valigie che, man mano diventeranno anonimi trolley, spesso griffati… ma che resteranno testimoni nostalgici di un’epoca in fondo non troppo lontana dalla nostra ma profondamente diversa, fatta di gesti di cortesia e senso dell’ospitalità ormai perduto. “Capri e l’arte dell’ospitalità attraverso i secoli” è un libro senz’altro da leggere, da cui “[…] emerge chiaro un grido d’allarme” – conclude Lucarelli – “ma mai di sconfitta: il paesaggio è cultura, è valore, è senso della tradizione è capacità di formare e trasmettere, di tutelare, di curare, di apprezzare, di contemplare. Tutta questa bellezza si sta dissolvendo […] Da una parte la nota malinconica, la percezione di una sconfitta, ma dall’altra la resistenza che si concretizza nella capacità ancora con gli occhi di cogliere il bello. Ma nonostante tutto, Capri sta lì, fiera, come se ci volesse rassicurare in questo viaggio nel tempo, anche questo passerà”.