“Ho iniziato ad amare l’isola da ragazzina, e sono una residente anacaprese” così esordisce, mossa da un senso di appartenenza a questa terra come pochi, la dottoressa Lavinia Forte, cardiologa, che per trent’anni ha trascorso le vacanze nella meravigliosa villa storica di famiglia ad Anacapri.
Dottoressa, da vacanziera a cardiologa dell’ASL, come ha deciso di incentrare la sua vita lavorativa sull’isola?
“Tre anni fa, per un caso fortuito della vita, c’è stato un concorso per la ricerca di un cardiologo all’ASL di Capri, ero in un momento particolare della mia vita e ho deciso di parteciparvi, con il rammarico di tutti i miei amici e parenti perché ero già assegnata all’azienda Policlinico di Napoli con un contratto a tempo indeterminato. Mi sono dimessa per parte delle mie ore settimanali e ho trovato come segno del destino il fatto di vincere il concorso a Capri. Arrivo prima e sempre lo stesso destino vuole che l’isola mi chiami e che io risponda. Consegnare a quarantatré anni una lettera di dimissioni all’azienda universitaria del Policlinico non è da tutti quindi, con iniziale difficoltà perché è normale che ci sia una sorta di curva di apprendimento in cui bisogna farsi conoscere, a due anni di distanza sto ricevendo tante soddisfazioni e sono contenta oggi del mio progetto e della mia scelta”.
Essere medico è una vocazione, quando ha capito di averla? “La mia è stata una strada già segnata. Provengo da una famiglia di medici, mio padre è medico, mio nonno era medico. Avevo 8 anni e facevo le vacanze con lui, e fu proprio lui che mi insegnò a misurare la pressione e a tirare un dente, insomma tutte le cose rudimentali che mi hanno appassionato. Mio nonno, infatti, era il famoso medico ‘condotto’, e faceva tutto, prendeva finanche i parti, un uomo nato nel 1800. Parliamo di un’epoca storica diversa e andava con il mulo a fare le visite in questo paesino arroccato dove c’è una strada a lui dedicata, e dove abbiamo anche un castello. Forse quindi è questo nonno Domenico Forte, più che il papà, ad avermi trasmesso questo amore per la medicina. Sono cresciuta con questa figura un po’ ingombrante e diciamo quindi che la mia era una strada già predestinata da abitudini familiari”.
Non direi che si tratti solo di predestinazione ma del fatto che lei professionalmente è una eccellenza, un enfant prodige. Dopo essersi laureata alla Federico II nel lontano 2001, infatti è entrata in sei scuole di specializzazione. A quel punto ha dovuto solo scegliere.
“Scelsi la scuola di specializzazione della Vanvitelli diretta dal professore Calabrò con una visione molto ampia su come organizzarla. La sua era un’idea di scuola interattiva sul territorio per cui noi studenti dal primo anno andavamo negli ospedali imparando a fare più che a leggere. È stata un’ottima formazione, quella acquisita in vari ospedali come il San Paolo o il Pellegrini, in cui si faceva emergenza e a seguire due anni al Monaldi per scegliere la specializzazione; io sono un’esperta in ecocardiografia, in cardiopatia ischemiche e in aritmie. Da li è stato un crescendo perché ho fatto il dottorato di ricerca e a ventisei anni ho vinto un concorso in ospedale e a ventotto sono diventata di ruolo al Policlinico Vanvitelli. Ero nella pace dei sensi quando poi nel 2021 decido che c’è un concorso a Capri e lo faccio, lo vinco e sconvolgo tutta la mia vita. Non ho rimpianti, sto entrando nel tessuto di questa realtà e mi piace dare un’assistenza di livello e ricevere delle soddisfazioni che sono lo scopo delle mie giornate. Spesso mi dicono ‘dottoressa ma voi mica ve ne andate’, ed io li rassicuro dicendo io l’ho scelto di lavorare qui non sono stata mandata. Sono qui per una mia volontà”.
Essere medico vuol dire anche impattare con delle realtà molto forti, le è mai capitato di trovarsi in grande difficoltà a livello umano?
“Le dico una cosa molto forte, essere medico ti porta sicuramente a vedere realtà più disparate e casi più disparati ma essere medico dopo essere stata una paziente è una cosa che ti fa vedere con occhi completamente diversa la tua professione. Io stesso sono cambiata e anche questo ha influito sulla scelta di voler creare un ambulatorio a disposizione di tutti, per la gente sul territorio, non un qualcosa di nicchia ma qualcosa di cui tutti possono usufruire, ed essendo stata dall’altro lato della scrivania, il mio approccio con il cliente è stato sicuramente più amichevole, di comprensione, soprattutto verso le persone con più disagi e fragilità. Motivo questo per cui non ho scelto di fare attività privata ma solo attività pubblica perché voglio che il servizio funzioni e funzioni per tutti e che non ci debba essere nessuna disparità tra chi può e chi non può”.
Oltre all’anamnesi, ovvero la raccolta della storia clinica del paziente, cosa bisogna fare per fare una buona visita cardiologica?
“Parlare molto con il paziente e cercare di capire anche dai segni più impercettibili il suo cambiamento dello stile di vita legato ad una patologia. Tanti hanno una patologia seria ma si sforzano di continuare a fare la vita normale e non raccontano di avere un affanno, altri al contrario non hanno problemi seri ma magari hanno uno stato di ansia che lo affanna. Il dialogo ti porta tranquillamente alla diagnosi”.
Ogni quanto tempo bisogna fare un controllo?
“Lo screening cardiovascolare andrebbe fatto negli uomini dopo i quaranta e nelle donne dopo i cinquanta per una questione di ormoni femminili che fino a quell’età ci proteggono dalle malattie cardiovascolari. Una volta l’anno andrebbero fatti gli esami del sangue e una visita. Nel caso di patologie i tempi si accorciano e il paziente deve venire ad un follow up più stretto”.
Gli aspetti più brutti del suo lavoro?
“Sono legati un po’ a non poter fare quello che in realtà vorresti fare nell’immediato e quindi essere legato ai tempi di attesa. All’impossibilità di un ricovero in un luogo, all’attesa, agli aspetti burocratici. Molto spesso c’è bisogno di essere rapidi soprattutto nel mio settore, le malattie cardiovascolari non aspettano”.
Progetti lavorativi?
“Far crescere maggiorante l’ambulatorio che sta diventando sempre più funzionante e un punto di riferimento per l’isola, abbiamo infatti degli apparecchi di ultima generazione appena consegnati e stiamo abbattendo le liste di attesa. Il paziente caprese non è costretto a fare viaggi o andare dal privato perché ha la possibilità di essere visitato nel pubblico con delle visite di qualità”.
E Capri?
“Capri è il mio posto, quello dove sto bene, è il mio rifugio da sempre, è il posto in cui vengo anche da sola per dieci giorni in una casa meravigliosa che io adoro, dove faccio di tutto dallo sporcarmi le mani in giardino a delle fatiche enormi che non mi pesano perché Capri è il mio posto di felicità. È il mio piccolo paradiso. È rigenerante. Non sono mondana, ho gli orari antimeridiani, quando ero ragazza mia sorella la sera usciva e io dormivo perché l’indomani mi piaceva andare presto al mare. Adoro scendere dal traghetto e sentire un’aria completamente diversa da quella di Napoli e sono subito in pace con me stessa. È un’aria ancora di tradizioni, di terra di fiori, di natura, di leggerezza e anche quando sono a lavoro è come se stessi sempre un po’ in vacanza e mi piace arrivare e attraversare la piazzetta e salutare tutti”.
Il primo ricordo che ha di Capri?
“Avevo tredici anni, ero su un’altalena in un viale di bouganville”.