“I Malarazza” è il primo romanzo che Ugo Barbàra scrive per Rizzoli, ma lo scrittore e giornalista ha già al suo attivo altri libri, come “In terra consacrata“ (Piemme, 2009), candidato al Premio Strega, e “Le mani sugli occhi” (Piemme, 2011) candidato al Premio Scerbanenco. Un viaggio affascinante tra storie ed epoche diverse, raccontate con linguaggio sempre scenografico, che l’autore ci racconta per entrare nel vivo.
Ci parli della sua esperienza, da giornalista a scrittore o viceversa?
“È difficile per me dire se sia nato prima il narratore o il giornalista: ho ‘editato’ il primo giornalino quando ero in quinta elementare e ho scritto il primo racconto più o meno nello stesso periodo. Quello che so per certo, però, è che ad affascinarmi del mestiere del giornalista non è lo scoop, la corsa all’esclusiva o alla dichiarazione roboante, ma la narrazione che da quella notizia si può estrarre. Attenzione però: non sto parlando di alterare i fatti per piegarli alla necessità del racconto – quello mai! – ma di cogliere quegli spunti narrativi che la realtà ci offre per renderla più familiare”.
Il suo ultimo libro, “I Malarazza”, quando è nato nella sua mente rispetto alla fase di scrittura?
“È il romanzo della vita, si può dire? Tutti gli scrittori hanno una storia alla quale sono legati, che ha cominciato a maturare nella testa e nel cuore e ha preso forme diverse, vie differenti fino a trovare compiutezza sulla carta. Per me Malarazza è questo, basti pensare che l’idea di raccontare le vicende di una famiglia italiana emigrata in America in una posizione di privilegio sociale ed economico risale a trent’anni fa. Vivevo a New York ospite di una famiglia alla quale era successo esattamente questo: a metà dell’Ottocento erano arrivati negli Stati Uniti già ricchi, mossi non dal bisogno, ma da una sconfinata ambizione. Non nell’eccezione negativa che spesso diamo a questa parola, ma al positivo e legittimo desiderio di perseguire le proprie aspirazioni. Ho raccolto una gran mole di materiale, ho trovato nella Storia tantissimi spunti e in pochi mesi la storia si è scritta da sé”.
Quanto è importante la bellezza dei luoghi e la parte scenografica di un racconto?
“Credo che l’Italia sia iconograficamente e paesaggisticamente uno dei luoghi più raccontabili al mondo. Pensate a un posto come Capri, che è stato raccontato mille molte e in mille modi, eppure, al viaggiatore – più che al turista – appare sempre in una veste nuova, in una meraviglia che si rinnova in continuazione, senza consegnarsi mai monoliticamente a sé stessa. Quindi sì: la bellezza di un luogo aiuta a rendere bello un racconto anche quando le atmosfere e le vicende narrate non sono altrettanto belle. Basti pensare al contrasto che si genera naturalmente raccontando di un omicidio compiuto in un luogo incantevole”.
Per rigenerarsi ed avere ispirazione torna nella sua terra? Le isole grandi o piccole come Capri, per esempio, sono luoghi amati dagli artisti.
“Assolutamente sì! Le isole sono luoghi che di per sé ispirano la narrazione, come tutti i luoghi confinati. La frontiera intangibile ma ben presente che è il mare induce al racconto: ci si immagina cosa ci sia oltre e si costruiscono mondi, storie, personaggi. Cercare ispirazioni nelle proprie radici è quasi un atto dovuto. Ho scelto di ambientare quasi metà dei Malarazza a Castellammare del Golfo, che è il paese di origine dei miei genitori, per restituire almeno in parte quello che quel luogo mi ha regalato”.
Quali i progetti futuri già in programmazione e quale il sogno nel cassetto?
“Il nuovo progetto sta quasi per vedere la luce: il secondo capitolo della saga dei Malarazza arriverà nelle librerie a fine agosto. Il sogno nel cassetto, nemmeno a dirlo, è di vedere i miei personaggi e le mie storie prendere corpo sullo schermo. Che sia piccolo o grande, poco importa”.