Ama le storie di vita e le sa raccontare Gioconda Marinelli, scrittrice e giornalista nata ad Agnone in Molise, da una famiglia di fonditori di campane con una storia millenaria. Interessante e che comincia a raccontare, da Arte e fuoco (Enne 1980), al Museo Marinelli (Colonnese 1999), ed altri, fino a L’uomo che fondeva le campane (Pironti, 2012) ecc. Naturalista e biologa, è a Napoli che vive, dove ha dato voce alla sua arte con libri di poesie tra cui Fusione di frammenti (Marotta, 1994) e Canto a tre voci (Avagliano, 1999), introdotto da Dacia Maraini (Premio Giuseppe Jovine 2000, Premio La Ginestra 2006). Sempre a favore delle donne, si occupa e scrive contro la violenza di genere come il romanzo Quale amore edito da Giovane Holden.
Ci racconti, come nasce il suo amore per la scrittura?
“Mi è sempre piaciuto scrivere, avevo un diario da ragazza, componevo versi, e questo esercizio quotidiano è rimasto negli anni come un piacere, ma anche come necessità salvifica, come desiderio di comunicare, di avere una finestra sul mondo passando poi anche al giornalismo. L’aver intrapreso studi scientifici mi ha dato la possibilità di essere sicura nella ricerca, di avere un metodo preciso di verifica”.
È stata più importante la sua formazione, o la sua passione che spazia dal teatro al cinema, alla letteratura? Quale il punto di contatto?
“La formazione certamente è importante, ma non determinante né limitante perché oltre ad insegnare, nel mio tempo libero e soprattutto dopo la pensione, ho sentito il desiderio di esplorare altri percorsi. Ho avuto straordinarie frequentazioni che mi hanno portato a pubblicare interviste, biografie di artisti, scrittori, che sono diventati tutti cari amici: Michele Prisco, l’esploratore delle inquietudini nei suoi romanzi, Maria Orsini Natale, una splendida cantastorie e affabulatrice, Luisa Conte, ineguagliabile regina del teatro Sannazaro di Napoli. Anche con Dacia Maraini ho trascorso momenti indimenticabili e tuttora ci sentiamo e vediamo spesso, ci siamo divertite a scrivere libri a quattro mani, l’ultimo si intitola: “Alfabeto quotidiano-Le parole di una vita”.
Quanto è importante la bellezza dei luoghi per rigenerarsi ed avere ispirazione? Capri, per esempio, è stata ed è un’isola di grande ispirazione.
“Non ho bisogno di sognare Capri, la vedo ogni giorno al risveglio, dalla mia abitazione di Posillipo e penso alla sua magia, ai colori, ai profumi, alle presenze, alle memorie che racchiude. Una bellezza paradisiaca che ti folgora, anche un luogo spirituale per artisti e scrittori, ideale per riflettere, per sognare, per creare, per amare. Ho scritto nel mio ultimo libro dedicato a Fabrizia Ramondino, la scrittrice cosmopolita che amava le isole, che sono incroci di vite di ieri e di oggi, ciò che rimane e ciò che svanisce e indugia nella memoria”.
Nel suo lavoro è presente più il rigore e la tecnica o la fantasia e l’estemporaneità?
“Il rigore per i contenuti perché non si può raccontare una realtà falsata, ma adoro viaggiare tanto nell’immaginifico”.
Lei non si è mai fermata, sembra che per vivere bene abbia sempre bisogno di un progetto, quale o quali imminenti? E quale il sogno nel cassetto?
“Sì, sono stata impegnata sempre in più progetti contemporaneamente e non sapevo farne a meno, ma ora sono più tranquilla, stanziale, mi godo i nipoti, fare la nonna è meraviglioso, lasciando però spazio alla creatività. Scrivo sempre, questo è vero ed è bene così, ma evito le scadenze per terminare un lavoro. Sogni nel cassetto? Sinceramente non ne ho più di personali, vorrei soprattutto come molti altri di noi, stanchi di guerre, violenze, un mondo di pace, ma è pura utopia”.