Il compositore innovativo

I linguaggi musicali contemporanei di Marcello Filotei rappresentano la sua indelebile personalità, consolidata dai suoi studi che lo vedono diplomato in pianoforte, composizione e musica elettronica al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, per spaziare dalla musica del passato a lavori contemporanei con l’intervento dell’elettronica. Marcello Filotei, un compositore eclettico ed un critico musicale molto esigente, che non smette di incuriosire.

Ci racconti della sua passione per la musica, come nasce? 

Avevo uno zio che suonava la chitarra e componeva canzoni. Mi accennava un suo brano e il giorno successivo mi chiedeva di ricantarlo, perché diceva ‘sai che non me lo ricordo bene’. Io ci credevo e gli ‘ricordavo’ la melodia. È stato lui ad accorgersi che avevo una predisposizione per la musica. Poi mia madre, che non aveva potuto studiare il pianoforte da piccola, credeva in qualche modo di rimediare indirettamente alla sua mancanza, mandando me a lezione. Effettivamente, ha funzionato”. 

Essere un compositore si concilia bene con il lavoro di giornalista e critico musicale? 

Sono due lavori complementari. Come giornalista frequento concerti continuamente. Ho la possibilità di tenermi aggiornato e di sfruttare queste conoscenze per la mia musica. Il problema è che vengono proposte quasi sempre le stesse cose, e questo non interessa al giornalista e non aiuta il compositore”. 

Quanto è importante la bellezza dei luoghi per rigenerarsi ed avere ispirazione? Capri, per esempio, è stata ed è un’isola di grande ispirazione per molti artisti. 

L’ambiente ha sempre un impatto sulla creatività. Quando è meraviglioso come quello di Capri e quando è spigoloso come quello di una periferia urbana. Sibelius descriveva la natura selvaggia della Finlandia, Mahler si chiudeva in una baita di montagna per isolarsi dal mondo. Ognuno trova la sua strada. Io di fronte alla bellezza provo un grande senso di malinconia. Più il paesaggio è bello, più mi ricorda la pochezza di quello che siamo. Non è allegro, lo so. Ma poi per fortuna c’è la piazzetta con la sua vitalità”.

Nel suo lavoro è più importante il rigore e la tecnica o la fantasia e l’estemporaneità? 

“Spesso prendo spunto da un’idea extramusicale. Nel lavoro che sto scrivendo per il Festival MiTo sono partito dal personaggio di Musetta, nella Bohème di Puccini. Una donna sicura di sé, che ama farsi guardare e vuole essere autonoma. La adoro. Non mi piacciono quelle che stanno a casa ad aspettare l’eroe. Cosa farebbe oggi Musetta? Quanto sarebbe pericoloso per lei vivere nel nostro mondo? E allora ho preso il tema del valzer che canta al caffè Momus (“Quando me n’vo soletta per la via”) e ci ho scritto sopra un’opera che racconta una donna di oggi. Finisce male, perché oggi troppo spesso finisce male. La mia musica nasce così, scelgo un argomento e un elemento musicale. Il resto è tecnica”. 

I suoi ultimi successi artistici le hanno aperto nuovi ed imminenti scenari? E quale il sogno nel cassetto? 

Pochi mesi fa i percussionisti di Ars Ludi hanno eseguito all’Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma 7, una mia meditazione su ‘Le sette ultime parole di Cristo sulla croce’ che parte dal capolavoro di Haydn e lo ripensa grazie alle infinite possibilità timbriche delle percussioni. È andata bene e si sono aperte nuove strade. Un sogno ce l’ho. Vorrei scrivere un oratorio laico sulla Costituzione italiana usando i primi articoli “tradotti” in vari dialetti, perché quando parlo di cose a cui tengo a volte uso il mio dialetto. Per ora ho scritto ‘l’Ouverture’, si intitola Dov’è la Vittoria? Si trova in rete”.

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