Molisano di origine e campano di adozione, ha sempre vissuto nella città partenopea, a Campobasso infatti, nella casa di famiglia, è solo nato come da tradizione; tutta la sua famiglia, invece, era già a Napoli. Stefano Caldoro si è laureato in scienze politiche, è giornalista e consulente d’azienda.
Si autodefinisce craxiano, riformista e liberale, nonché influenzato da Filippo Turati e John Kennedy.
Dal 2020 è docente presso l’Università telematica Universitas Mercatorum.
Era il 1985 quando un giovanissimo Caldoro a soli 24 anni diviene consigliere regionale con oltre 45.000 voti.
Cosa ricorda di quel ragazzo?
“In realtà la politica l’ho affrontata anche molto prima, all’età di sedici anni infatti ero nella giovanile socialista poi, come tutti, ho fatto la gavetta nella sezione di riferimento, quella del Vomero, e da lì ho iniziato da tesserato e da dirigente della giovanile per poi presentarmi a ventiquattro anni al Consiglio Regionale della Campania dove ho avuto il mio primo incarico istituzionale. Venivo comunque da cinque anni di attività intensa e sempre presente con una militanza che, a quei tempi, era il modo di far politica”.
Autonomia Regionalismo Macroregione è il titolo del suo ultimo libro, quale la tematica principale che affronta?
“Innanzitutto, è un libro che viene dalla prassi, non sono né un giurista né un tecnico della materia. Pertanto, ho voluto affrontare il tema dell’autonomia come il sistema complessivo dei poteri nel nostro Paese dai Comuni passando per le Province, fino alle Regioni. Il Regionalismo è stato voluto dai costituenti nel ‘48 ma ha avuto applicazione solo negli anni ‘70. Quindi vuol dire che dei problemi c’erano. Il sistema Macroregionale invece fa riferimento ai modelli di governo dell’Unione europea, a cui dovremmo avvicinarci. Questa è un’analisi di uno spaccato nel quale io ho avuto la possibilità di misurarmi, sia durante i cinque anni di mandato sia per tutto il periodo politico successivo. È una valutazione di un sistema che non funziona come dovrebbe, per carenze di responsabilità e perché le responsabilità sono troppe, indefinite e frammentate. Ho lavorato alla sua stesura per due anni, di lavoro continuo, in cui l’ho aggiornato, l’ho arricchito”.
La decisione di scrivere questo libro nasce da un’esigenza particolare o da un episodio che l’ha motivata particolarmente?
“Solo intellettuale, rispetto a quello che ho vissuto voglio dare un contributo di analisi. È un tema attualissimo anche se la mia prima proposta di modifica del sistema l’ho presentata da Presidente della Regione nel 2014 quando al governo c’era Matteo Renzi. Oggi il tema è attualissimo anche se posto in maniera manichea: una contrapposizione sulla autonomia differenziata tra guelfi e ghibellini, il nord dice sì e il sud dice no. Questa non è la strada giusta. Il sud in particolare deve avere una sua proposta innovativa per un modello di governo che possa recuperare il divario territoriale. Prossimamente il libro verrà presentato a Capri, un’isola a cui sono particolarmente legato sia politicamente sia emotivamente”.
E allora parliamo un po’ di Capri, estati, marine e spensieratezza.
“Per molti anni da ragazzo venivo in vacanza con la mia famiglia in una vecchia pensione caprese, la Winsor, e poi successivamente all’hotel Syrene.
Da bambino fino ai diciassette anni sono sempre stato in vacanza a Capri. Sono, poi, sempre ritornato per tante occasioni e soprattutto per lavoro”.
Qual è il ricordo che ha di questa Capri vissuta nel suo periodo adolescenziale?
“Estati meravigliose, alla Fontelina quando c’era mio padre, a Marina Piccola quando eravamo con gli amici.
Allora tutto era più fattibile per le famiglie, anche di fare vacanze molto lunghe. In quegli anni sull’isola ho avuto amicizie che sono diventate poi storiche. E di queste belle stagioni ricordo i tuffi che andavamo a fare in giro per tutti gli scogli capresi”.
Capri è custode sicuramente di ricordi speciali, quello che conserva con maggiore affetto?
“Bertuccio abitava a Marina Grande ed era uno storico pescatore di Capri, spesso lui mi veniva a prendere la mattina presto. A volte usava anche il gozzo che da Marina Piccola portava gli ospiti alla Fontelina, che oltre ad essere uno stabilimento balneare è un ottimo ristorante. Bertuccio, infatti, tutto il pescato del giorno lo portava lì. Per me era una esperienza, la sera uscivo e tornavo tardi godendomi le indimenticabili notti capresi, e lui mi svegliava prestissimo, ma mi piaceva così tanto che non avvertivo il senso di stanchezza.
Ed è stato lì, su quel gozzo a largo dei Faraglioni, alle prime luci dell’alba, nella quiete di un bagliore estivo, che per la prima volta ho imparato cosa volesse dire la pazienza, i silenzi e le lunghe attese. Provate solo ad immaginare per un attimo un giovane e un vecchio pescatore su un gozzo senza ecoscandaglio, la cui unica fonte era l’orientamento ad occhio con i riferimenti presi a terra, che solo i vecchi pescatori capivano. Giù a Marina Piccola al largo dei Faraglioni, infatti, c’è una secca, che Bertuccio riusciva ad individuare incrociando con lo sguardo una casa ed un albero. In quel punto preciso lui buttava una lenza sottilissima per le pezzogne, che riusciva abilmente a sentire con una grande sensibilità quando abboccavano a molti metri di profondità. Sono legato fortemente a quest’isola, e un luogo a cui tengo particolarmente. Sono orgoglioso da Presidente della Regione di avere sostenuto molte iniziative di sviluppo così come importanti e fondamentali opere pubbliche, strategiche per Capri”.