Non sembra vero ma la natura ha impiegato milioni di anni per costruire le molteplici architetture dell’isola di Capri: archi, guglie, stalattiti, strapiombi e cavità. Tanti ne sono serviti all’opera del vento e del mare per modellarne il profilo, che lo scrittore tedesco Jean Paul Ricther paragonò a quello di una sfinge adagiata sull’acqua, per scolpirne le insenature e soprattutto per scavarne nella roccia calcarea gli anfratti segreti e le grotte, sia di terra che marine.
Se in epoca preistorica le cavità terresti, su tutte la Grotta del Castiglione e quella delle Felci, vennero utilizzate per motivi legati a esigenze di riparo o di difesa, in epoca romana le grotte, soprattutto quelle marine, assursero, secondo le più autorevoli fonti, a luoghi di culto, a ninfei, come quella Azzurra o quella dell’Arsenale. Forse questa è la spiegazione perché, prima Augusto e poi Tiberio scelsero l’isola come loro dimora, proprio per la sua ricchezza di grotte, non fosse altro anche per trovare in esse refrigerio nei mesi caldi. Grotte anche come luoghi di leggende, legate a credenze popolari, come quella che riferisce di un’enorme statua di Tiberio a cavallo nella grande grotta sottostante Villa Jovis, a cui pare fosse collegata attraverso un passaggio sotterraneo. Grotte anche come luoghi dove, pare, si nascondessero tesori di inestimabile valore ma mai trovati. Insomma, intorno alle grotte di Capri, in cui spesso il sogno si può sovrapporre alla realtà, ha sempre aleggiato un’aria di mistero che ne ha accresciuto nel tempo la fama, alimentando una morbosa curiosità di visitarle. Ad una in particolare, divenuta una vera star, quella Azzurra, si deve la creazione del Mito romantico di Capri nell’immaginario collettivo e la fortuna dei suoi abitanti. Tant’è che, sull’onda emotiva provocata dalla sua invenzione, gli scaltri barcaioli locali iniziarono, poi, a condurre i forestieri alla scoperta di altre suggestive cavità che si aprono lungo i diciassette chilometri di costa dell’isola. Se ne contano più di cinquanta, sconosciute e anonime fino alla riscoperta della loro sorella più famosa nel 1826 (uno dei maggiori studiosi europei di speleologia, l’austriaco Georg Kyrle, nel suo “Le grotte dell’isola di Capri”, ne censisce 55 marine ed 11 di terra).
A conti fatti, questi furbacchioni, nell’attribuire nomi alle grotte, a seconda delle loro particolari caratteristiche cromatiche, mediati da un naturale caleidoscopio, da quella Verde a quella Rossa o Bianca, oppure morfologiche dovute a fantasiose metamorfosi delle rocce, da quella dei Santi a quella del Bue Marino, della Vela o della Botte, hanno avuto il merito di aver ampliato il dizionario della toponomastica caprese, all’occorrenza variabile, in funzione delle storie raccontate ai forestieri, al limite del verosimile ma ad effetto, da autentici “pallonisti”. E dire che il romantico viaggiatore tedesco Ferdinand Gregorovius, nel verificare che non tutte le grotte avessero un nome, nel 1853, pensando di aver scoperto l’acqua calda, voleva battezzarne alcune, rifacendosi alla mitologia classica, con nomi idilliaci: Grotta dei Ragni di Mare, Grotta Euforion, Grotta delle Eumenidi… :“L’abbondanza di grotte in quest’isola ci stupisce. Grotte terrestri e marine, dalle forme singolari, belle, e così numerose da non poterle visitare tutte. Sono penetrato in più di quindici grotte e fra queste ne ho trovato una piccola, sulla parte meridionale con gli stessi effetti di luce della Grotta Azzurra. Nelle altre si vedono luci verdi, secondo la natura del fondo marino, fosforescente di fuoco biancastro, almeno nella Grotta Verde, la più bella di Capri per la sua splendida architettura a volta e per la sua cinta di bellissimi merletti di roccia. Non è completamente sotterranea, ma una apertura nella roccia permette di attraversarla da una parte all’altra. Solo alcune di queste grotte hanno un nome, come la Marmolata, la Marinella, e io mi divertii a battezzare tutte quelle che visitai e non ne avevano, senza pretendere però gloria alcuna per le mie scoperte speleologiche. Sono così il solo a sapere quant’è bella la grotta «Stella di Mare», nella caverna adornata da fiori marini Euphorion, nella grotta della grancevola, le cui pareti sono gialle e dove la roccia, bagnata dalle onde, scintilla rosea, verde velluto o biancastra. In una grotta vi era un tale frusciare ed agitarsi di onde che la dedicai alle Eumenidi. Tutte le grotte si trovano nel tratto che va dalla riva del Solaro fino al di là dei Faraglioni, la loro apertura sfugge spesso allo sguardo superficiale, mentre l’interno dell’altissima volta, scura, senza rumor di onde, popolata da ragni di mare, ricci, stelle marine, sembra un favoloso eremitaggio di spiriti”.
Un’illusione che si scontrò con la spicciola cupidigia dei barcaioli. Pensiamo solo alle Eumenidi che di nome facevano Aletto, Megera e Tisifone, figlie di Acheronte e della Notte. Nomi difficili da ricordare, con etimologie incomprensibili per loro e troppo complicati da vendere ai forestieri!
In un giro dell’isola partendo da Marina Grande verso occidente, in pratica con la costa sulla sinistra, doppiata Punta Vivara, la prima grotta che incontriamo è quella dell’Acqua, così denominata perché vi scorreva un filone di acqua dolce. A seguire sono visibili la Grotta del Vesuvio, quella della Botte e quella dei Guarracini prima di arrivare alla Grotta Azzurra, la cui riscoperta ha una storia a sé. Infatti da quel 17 agosto 1826, giorno in cui il poeta tedesco August Kopisch e il suo connazionale pittore Ernst Fries, accompagnati da don Giuseppe Pagano, proprietario dell’omonima Locanda, e dal pescatore Angelo Ferraro detto il ‘Riccio’ avevano varcato, in due tinozze, la stretta entrata di quella cavità che si portava dietro una brutta nomea, tanto che il canonico di famiglia pare avesse addirittura minacciato di scomunica il fratello se vi fosse entrato, cambiò il corso della storia dell’isola. Ricordata come un vero e proprio spartiacque tra il prima e il dopo la sua riscoperta, infatti, essa segnò una radicale trasformazione dell’economia isolana, da agricola e marinara a turistica. Così August Kopisch annotò, con emozione, la sua scoperta nel libro degli ospiti della locanda Pagano: “Raccomando agli amici delle meraviglie della natura una grotta, scoperta da me insieme con il Signor Fries e il nostro oste Giuseppe Pagano che ci ha dato le indicazioni, e nella quale una timorosa superstizione per secoli impedì di entrare”. Ed ancora, descrivendo le sue impressioni dopo la visita: “… abbiamo dato nome a questa grotta di azzurra, imperrocchè le acque del mare, sotto l’azione della luce vi assumono il più bel colore ceruleo…”.
Da allora l’oscura caverna, ribattezzata Grotta Azzurra, divenne oggetto di un vero e proprio culto, il cui merito va, senza dubbio, ad August Kopisch per averne annunciato al mondo intero la fantastica esistenza, contribuendo alle future fortune dell’isola, ma bisogna dire, ad onor del vero, che in quel primo scorcio di Ottocento l’esistenza della Grotta non era certo un segreto, aveva un altro nome, Gràdola (denominazione che figura anche su una carta geografica del 1696 e con la quale viene ancora oggi indicata la località), ma nessuno si azzardava ad entrarci. Le cronache del tempo narrano, infatti, che persino i pescatori ne stavano alla larga, perché consideravano la caverna un “antro maledetto”, su cui si narravano leggende terrificanti. Due preti, con l’intento di far luce su quelle dicerie, si erano introdotti all’interno ma erano subito scappati, in preda al terrore, riferendo con il cuore in gola di aver visto, nella penombra, anime di dannati aggrappate, come bianche ombre, alle pareti della caverna. La grotta era diventata così, per quei fedeli timorati di Dio, il “tempio del demonio”. Nessuno osava avvicinarsi, nonostante le acque intorno fossero ricche di saraghi e cernie.
La spiegazione sarebbe arrivata 150 anni dopo, quando furono ritrovate diverse sculture marmoree all’interno della grotta.
Quei “simulacri” non erano fantasmi ma, più semplicemente, statue di epoca romana che facevano parte della decorazione dell’originario ninfeo dell’imperatore Tiberio, fissate alle pareti con dei ganci che, in seguito, corrosi dalla salsedine marina avevano ceduto, lasciandole adagiare sul fondale della grotta. Una riscoperta che divenne un Mito, amplificato da un numero incredibile di letterati e pittori, diffusosi a cerchi concentrici con una velocità impressionante che, come una nuova invenzione, cambiò le sorti dell’isola e dei suoi abitanti segnandone indelebilmente il destino con l’innescarsi di quel processo virtuoso che non si è più arrestato fino ai giorni nostri. Lasciata la Grotta Azzurra, incontriamo la Grotta dell’Arcera (beccaccia) e più avanti quella del Rio, prima dell’omonima Cala. Doppiata Punta del Tuono arriviamo prima alla Grotta Marmora poi alla Grotta della Vela e, più avanti, alla Grotta dei Santi, molto suggestiva, in cui le rocce, per un gioco di luci ed ombre, prendono le sembianze di figure dal forte richiamo religioso. Segue la Grotta Rossa che deve il nome ai fiori rossi marini del fondale. Lo scrittore Alberto Moravia, per il quale l’isola era diventata un fortunato rifugio creativo, tant’è che vi ritornò spesso per ambientarci i suoi romanzi, come “Il disprezzo” de 1954, in cui il protagonista Riccardo Molteni, scrittore di sceneggiature cinematografiche, entra, in barca, proprio nella Grotta Rossa con la moglie Emilia salvo poi scoprire che l’ha solo immaginata o meglio desiderata, in quanto lei è già partita con un altro uomo : “…spinta dal colpo di remi iniziale, la barca scivolava al buio, sotto la volta bassa; e io non vidi più nulla. Finalmente udii la prua urtare la spiaggia, penetrando nella ghiaia con un rumore fradicio e sonoro. Allora lasciai i remi, alzandomi a metà, tesi la mano, verso quel punto dell’oscurità dove si trovava la poppa, e dissi: “Dammi la mano, così ti aiuto a scendere”. Non mi giunse alcuna risposta. Ripetei sorpreso: “Dammi la mano, Emilia”, e per la seconda volta mi sporsi, tendendo la mano. Poi, vedendo che non mi rispondeva, mi sporsi ancor di più e con cautela, per non colpire in viso Emilia, che sapevo seduta a poppa, la cercai a tastoni. Ma la mia mano non incontrò che il vuoto…”.
Il rapporto tra i due ormai incrinato trova una suggestiva contrapposizione proprio nella profondità della caverna dove quelle incoraggianti visioni oniriche, “fantasmi evocati dal desiderio” si infrangono, come le onde, sui ciottoli della spiaggetta in fondo alla grotta. Più avanti la Grotta Verde, che deve il suo nome al fatto che la luce, riflettendosi dall’ingresso sul fondale, dipinge il mare di un verde smeraldo mozzafiato.
A pelo d’acqua, poi, la Grotta della Sciampagna, dove l’infrangersi delle onde provoca dei botti come quando si stura una bottiglia di champagne. Superata Cala Ventroso si arriva a Punta Mulo da dove si apre la Baia di Marina Piccola con lo Scoglio delle Sirene fino ai Faraglioni. In questo tratto di mare si staglia netta la Grotta dell’Arsenale, ninfeo nell’età imperiale, decorato d’intonaci e pavimentata a mosaico, successivamente utilizzata come ricovero per barche. Nei suoi pressi la Grotta della Certosa mentre poco più avanti si trova una scogliera dove prima esisteva la Grotta Oscura, che una leggenda descrive come ancora più bella della Grotta Azzurra, di cui era il doppio. Il viaggiatore inglese Joseph Addison annotava nei suoi Remarks on several parts of Italy del 1701 che la cavità era larga almeno un centinaio di metri e notevolmente alta, con uno stretto accesso al livello del mare che si apriva nella parete sottostante alla Certosa di San Giacomo. La grotta fu ostruita nel 1808 da una frana di grandi dimensioni, staccatasi dalla parete rocciosa, che trascinò giù anche la torre fortificata costruita secoli prima a protezione della Certosa dagli assalti dal mare. A parte le grandi dimensioni, comunque, nel corso dell’intero secolo successivo alla pubblicazione dell’Addison e precedente alla sua scomparsa, la grotta, seppur avvolta dal mistero, non dovette suscitare grande interesse da parte di scrittori e artisti che, in caso contrario, ne avrebbero sicuramente lasciato traccia. Proseguendo incontriamo la Grotta di Forca, più conosciuta come Grotta Albergo dei Marinai, all’interno della quale c’è una bella spiaggetta. Arrivati ai Faraglioni alla base di quello di terra si nota una piccola cavità che offre lo stesso effetto ottico della Grotta Azzurra. Alle spalle della sacra famiglia dei Faraglioni, Stella, di Mezzo e Scopolo, la Grotta di Tragara di fronte allo scoglio del Monacone. Qui si trovano le piccole grotte del Massullo, del Moschino e dei Preti, dove il clero locale si recava in gita, per consuetudine, dopo la Pasqua. Superata la Punta Massullo, dove sorge la particolare Villa Malaparte, si arriva alla Cala di Matermania alla cui estremità settentrionale, si apre in tutta la sua maestosità la cavità che, per i toni chiari del calcare, ha preso il nome di Grotta Bianca. Questa è sovrastata da un’altra vasta cavità, che s’affaccia sulla sua parte inziale, costituendone la volta, come una balconata. Inaccessibile dal mare, ci si poteva arrivare solo scalando le ripide pareti rocciose ai lati della grotta Bianca. Era indicata dai vecchi pescatori come punto di riferimento per la pesca.
Due inglesi, l’alpinista J. O. Maund e l’ufficiale del genio M. Ralson Kennedy, che la raggiunsero nel maggio 1901 scattarono le prime fotografie, corredate da una relazione con la proposta di denominarla grotta delle Stalattiti, che fu consegnata al legale rappresentante dell’Ente di beneficenza isolano proprietario dell’area, senza un seguito. Due anni più tardi la esplorò il tedesco Hanns Heinz Ewers, il quale, a differenza dei due inglesi, ne diede ampio risalto su diverse riviste tedesche, rivendicando la paternità della scoperta, per cui si finì per scegliere il nome di Grotta Meravigliosa da lui proposto. Dopo qualche anno, fu realizzato un piccolo sbarcatoio con una scala in muratura e un cunicolo scavato nella parete di destra che tutt’ora consente l’accesso alla grotta. Più avanti la Grotta dei Polpi. Raggiunta la Punta del Monaco, continuando verso levante, arriviamo sotto Villa Jovis. Di lì a poco, doppiata la Punta del Capo, ci ritroviamo sul versante di Marina Grande. Qui incontriamo le ultime grotte del nostro giro dell’isola: la Grotta della Ricotta e la Grotta del Bove Marino.
Quest’ultima, al di là di una leggenda che vuole che, in un passato non molto lontano, fosse spacciata per brevità di percorso da qualche barcaiolo “pallonista” per Grotta Azzurra al forestiero credulone di turno, ha avuto un rilievo letterario piuttosto particolare. Già il romanziere britannico Herbert George Wells la cita nel suo racconto Un sogno di Armageddon, dove egli stesso in una Capri futuristica, viene coinvolto in un terribile conflitto in cui si trova a fare i conti col mostro della guerra che sembrava ormai sepolto: un incontro onirico che ha il peso di un’inquietante profezia. Ne fa menzione, poi, lo stesso Hanns Heinz Ewers, scrittore di letteratura dell’orrore, nell’inquietante e onirico racconto breve Il ghigno contenutonella raccolta I Cuori dei Re ed altri racconti, in cui Oscar Wilde lo accompagna nella visita della grotta dove vive, sotto le sembianze di una roccia sogghignante, una immonda cosa che ha la capacità, in qualsiasi momento, di distruggere l’esistenza di quello che risulterà essere solo un sogno: “L’acqua di un verde smeraldo ricopriva per un istante lo scoglio corroso, ritirandosi l’istante appresso. E veramente, nell’oscurità profonda, la pietra umida evocava una figura fantomatica, una Smorfia beffarda che sogghignava tutta”. Un ultimo sguardo alla Grotta dell’Affumata e il nostro giro dell’isola alla scoperta delle sue grotte si conclude con il rientro a Marina Grande. Grotte che sono intimamente e magneticamente legate all’isola madre, al suo mito e al suo destino di meta più ambita dai forestieri, anche perché non esiste altro luogo al mondo con così tanti anfratti segreti e cavità naturali. Un primato da preservare con rispetto per il territorio, oculatezza e lungimiranza.
(Alcune foto sono dell’amico Vittorio De Martino).