Dalla Locanda Pagano all’Hotel Palma: il mito dell’ospitalità caprese

La storia della Locanda Pagano, il primo albergo dell’isola a conduzione familiare, è legata indissolubilmente alla nascita del mito dell’ospitalità tipica caprese. Capri e l’arte dell’ospitalità: un binomio inscindibile dagli avvenimenti a essa legati e dagli uomini che l’hanno esercitata attraverso i secoli, trasformando un’isola di pescatori e agricoltori in un’industria del turismo che, oggi, ha quasi due secoli di vita. Una prima, timida scoperta di Capri, a carattere impropriamente ricreativo-turistico, si ebbe verso la fine del Settecento grazie all’interesse archeologico per le sue rovine d’epoca romana, sulla scia di quello suscitato dagli scavi di Ercolano, prima, e di Pompei poi. Ma se i primi pionieri del Settecento erano stati sparuti esploratori di antichità, agli inizi del XIX secolo, con tutti i rischi e i pericoli che ancora incombevano sugli aleatori collegamenti marittimi con la terraferma, pochi continuavano ad essere i viaggiatori che osavano sfidare il mare ed i predoni del Golfo di Napoli. 

A quegli isolati ardimentosi, la scrittrice britannica Mariana Starke, nella sua prima guida del 1820, suggeriva che: “il modo migliore di condurre questa escursione è di fittare a Sorrento una barca a dieci remi, portarsi una cena fredda, pane, piatti, bicchieri, coltelli, forchette, sale etc. e partire di mattina molto presto, in quanto si impiegano sedici ore per remare fino all’isola, vedere i suoi monumenti antichi e tornare (…) Quando sbarcano gli stranieri, gli asini sono portati immediatamente giù alla spiaggia (…) e il modo migliore di procedere è di montarvi e salire al piano di Capri; depositare la cena ad un piccolo spaccio in città o a una delle case private dove gli stranieri possono fittare una stanza e l’uso di cucina per alcune ore”.

Tra quei benestanti, citati dalla Starke, che offrivano vitto e alloggio ai forestieri in visita a Capri, dal 1818, sicuramente, c’era anche il notaio Giuseppe Pagano, appartenente ad una facoltosa famiglia borghese originaria della Calabria ed insediatasi sull’isola già dal 1600, nel segno di quella nascente tradizione dell’accoglienza che, poi, contraddistinguerà i capresi nel mondo.  Dal 1825 il proprietario di quello che diventerà l’Hotel Pagano cominciò a tenere un registro delle presenze, il più delle volte compilato dagli stessi clienti che vi lasciavano anche pregevoli dediche e disegni. L’anno seguente, visto il successo di quella prima embrionale forma di prestazione di servizio alberghiero a gestione familiare, Giuseppe adibì, difficile stabilire se per una felice intuizione o per puro caso, a pensione tutte le stanze del primo piano della proprietà, in collaborazione con il fratello canonico Nicola Pagano. Fu così che si gettarono le basi della nascente industria turistica dell’isola, imitata, in seguito, da altri facoltosi residenti e non solo. 

E proprio il 1826 rappresentò un anno memorabile, forse il più importante, non solo per la Locanda Pagano ma, in definitiva, per l’isola intera. Un anno di svolta, un vero e proprio spartiacque nella storia di Capri, che diede il via ad una radicale trasformazione della sua economia, da agricola e marinara a turistica. Il 1826 è l’anno della riscoperta della Grotta Azzurra (in realtà già conosciuta dagli isolani) ad opera del poeta August Kopisch e del pittore Ernst Fries, entrambi tedeschi, accompagnati da don Giuseppe Pagano e dal pescatore Angelo Ferraro, detto il ‘Riccio’. La spedizione era stata pianificata a tavolino, proprio sotto la pergola della Locanda dove erano ospiti, davanti ad un fiasco di bianco vinello delle vigne di famiglia, eccitati come bambini dai fantastici racconti del “notar Pagano”, ferrato anche in archeologia, mitologia e demonologia, sulle strane creature e gli spiriti maligni che popolavano l’oscura caverna inesplorata, “ripiena di ossa di morti”. “…il nostro oste, un simpatico ometto sui cinquant’anni, ci menò attorno, scala dopo scala, a visitar la sua casa, di strana eppur gioconda costruzione;(…) dinanzi ad una piccola raccolta di vecchi libri, mi disse d’averli raccolti a Napoli, quand’era studente (…) fui molto lieto di trovare in lui una persona istruita e nella sua biblioteca parecchi libri, latini e italiani, che in parte parlavan di Capri…” – così il poeta tedesco descriveva il locandiere nel suo libro “La Scoperta della Grotta Azzurra”, pubblicato nel 1838. In quel caldo 17 agosto del 1826, Giuseppe Pagano, nonostante il fratello canonico l’avesse quasi minacciato di scomunica, non desistette seppur timoroso dall’accompagnare i suoi due ospiti a nuoto all’interno della grotta insieme al marinaio Ferraro. Al rientro in Locanda August Kopisch annotò, con emozione, nel libro degli ospiti: “Raccomando agli amici delle meraviglie della natura una grotta, scoperta da me insieme con il Signor Fries e il nostro oste Giuseppe Pagano che ci ha dato le indicazioni, e nella quale una timorosa superstizione per secoli impedì di entrare”. Ed ancora, descrivendo le sue impressioni dopo la visita alla grotta: “… abbiamo dato nome a questa grotta di azzurra, imperrocchè le acque del mare, sotto l’azione della luce vi assumono il più bel colore ceruleo. L’albergatore che raccomando a tutti per la sua conoscenza dell’isola, ha in animo di far costruire una piccola barchetta per agevolare l’accesso alla grotta”. Anche il pittore Fries, dal canto suo, celebrò la scoperta in un dipinto. 

Da allora l’oscura caverna, ribattezzata Grotta Azzurra, ma pare che all’epoca, forse in un rigurgito patriottico, fosse stato proposto anche il nome di “Grotta Pagano”, divenne oggetto di un vero e proprio culto, il cui merito va, senza dubbio, ad August Kopisch per averne annunciato al mondo intero la fantastica esistenza, contribuendo alle future fortune turistiche dell’isola. Ma bisogna dire, ad onor del vero, che in quel primo scorcio di Ottocento l’esistenza della Grotta non era certo un segreto, aveva un altro nome, Gràdola (denominazione che figura anche su una carta geografica del 1696 e con la quale viene ancora oggi indicata la località), ma nessuno si azzardava ad entrarci. Le cronache del tempo narrano, infatti, che persino i pescatori ne stavano alla larga, perché consideravano la caverna un “antro maledetto”, su cui si narravano leggende terrificanti. Due preti, con l’intento di far luce su quelle dicerie, si erano introdotti all’interno ma erano subito scappati, in preda al terrore, riferendo con il cuore in gola di aver visto, nella penombra, anime di dannati aggrappate, come bianche ombre, alle pareti della caverna. La grotta diventò così, per quei fedeli timorati di Dio, il “tempio del demonio”. Nessuno osava avvicinarsi, nonostante le acque intorno fossero ricche di saraghi e cernie. La spiegazione sarebbe arrivata 150 anni dopo, quando furono ritrovate diverse sculture marmoree all’interno della grotta. Quei “simulacri” non erano fantasmi ma, più semplicemente, statue di epoca romana che facevano parte della decorazione dell’originario ninfeo dell’imperatore Tiberio, fissate alle pareti con dei ganci che, in seguito, corrosi dalla salsedine marina avevano ceduto, lasciandole adagiare sul fondale della grotta. Una riscoperta che divenne un Mito, amplificato da un numero incredibile di letterati e pittori, diffusosi a cerchi concentrici con una velocità impressionante che, come una nuova invenzione, cambiò le sorti dell’isola e dei suoi abitanti segnandone indelebilmente il destino con l’innescarsi di quel processo virtuoso che non si è più arrestato fino ai giorni nostri. 

Tutti volevano venire a Capri, tutti volevano essere ospitati alla Locanda Pagano, divenuta un luogo onirico, sull’onda emotiva provocata dal movimento romantico che andava affermandosi in Europa. Rosario Mangoni, tra il 1830 e il 1834, nelle sue “Ricerche storiche sull’isola di Capri” annotava: “Al presente egli vi ha nell’isola ogni sorta di comodità che possono dai viaggiatori ricercarsi. E senza parlare di picciole locande, è l’isola fornita di due comodissimi alberghi, capaci di contenere qualunque numero di forestieri, l’uno domandato Locanda Pagano e l’altro Nuovo Albergo della Villa di Londra, abituri recentissimi e provveduti di tutto il convenevole… Essendo il primo albergo abbastanza conosciuto perché da più tempo aperto a comodo de’ viaggiatori, non fa mestieri il dire che esso sia stato sempre per la dicevole condizione sua commendato”. In pochi anni la fama della Locanda Pagano, la cui gestione intanto, dopo la morte di Giuseppe (1831), era passata prima alla vedova e poi al figlio Michele, crebbe vertiginosamente, apprezzata soprattutto per il suo ambiente schiettamente familiare e per la calorosa accoglienza, tutt’uno con la consacrazione di Capri, tappa obbligata per i turisti stranieri che arrivavano a Napoli, come luogo del Desiderio, dell’Anima che venne costruito, proprio, nella Sala da Pranzo della Locanda Pagano. Michele, grazie al “vittorioso” afflusso di clientela, intorno al 1850, tentò il cambio di denominazione in “Albergo della Vittoria” e poi nel doppio “Hotel Pagano Vittoria”. Il cambiamento non piacque ai forestieri che associavano Capri all’Hotel Pagano, tanto che l’albergatore dovette desistere dal denominarlo diversamente. Il poeta tedesco Joseph Victor von Scheffel, durante il suo felice soggiorno all’Hotel Pagano nel 1854, completamente a suo agio in quel luogo di profonda ispirazione artistica, compose il  suo poema più famoso “Der Trompeter von Säkkingen”, tanto che così scriveva alla sorella: “Mi sento qui come i compagni di Ulisse tra i lotofagi…” e non poteva essere diversamente, considerato che l’artista era noto per le sue notevoli performances alla tavola dei Pagano, dove gustava fino a sazietà variopinti pesci, astici e polpi, innaffiati, senza sosta, dal vino rosso di Tiberio. Una delle figure minori, ma molto vivace e colorita, che von Scheffel aveva inserito nel racconto era Hiddigeigei, un gatto nero dal nome alquanto originale, sfaticato e mezzo filosofo che gli faceva compagnia durante la permanenza all’Hotel Pagano, ma molto più romanticamente su e giù per i tetti della casa, dai quali si godeva un incredibile panorama tanto da diventare un’attrattiva per l’intera l’isola. All’epoca si poteva ammirare ancora il mare. Tetti per spaziare intorno, con lo sguardo e la fantasia, tetti per camminare ed anche tetti per scrivere versi…: “Chi è quel biondo forestiero lì che passeggia, su e giù come un gatto, sul tetto di Don Pagano?” Così, scherzosamente, si identificava lo stesso poeta in alcuni dei suoi versi più belli. Fu così che Hiddigeigei divenne celebre per aver ispirato un poema che spopolò in Germania, accrescendo la notorietà dell’Hotel Pagano e di Capri. Un gatto, magari come tanti a Capri, forse un po’ snob ed intrigante che fece la fortuna di chi usò la sua silhouette, prima, su una parete all’interno dell’Hotel Pagano (oggi La Palma) e, poi, il suo nome come emblema della famosa Birreria Zum Kater Hiddigeigei adiacente l’albergo (dove oggi c’è la griffe Ferragamo). Un altro segno distintivo dell’albergo era la maestosa palma che si ergeva nel giardino, una vera attrazione al pari della Tour Eiffel di Parigi, citata da tutti gli autori che, all’epoca, scrivevano di Capri e dipinta da ogni artista passato per l’isola.

Negli Anni Sessanta del Novecento, mentre era previsto l’abbattimento, che destò molte proteste, in occasione dei radicali lavori di ristrutturazione dell’albergo, fu abbattuta da una bufera di vento nel novembre del 1966.

Il giovane artista-biologo Ernst Haeckel così descriveva l’atmosfera dell’Hotel Pagano nel periodo della gestione di Michele, elogiandone la qualità: “Questo locale per artisti è il migliore in tutta Italia, per l’eccezionale ricevimento, per la bella accoglienza e l’accurato servizio. Il signor Pagano, il nostro oste gentile — lo chiamo don Michele —, la sua brava moglie, il simpatico primogenito — il sedicenne Peppino (Giuseppe) — e tutto il resto della famiglia sono così amabili che già nei primi giorni ci si sente totalmente a casa; la Locanda stessa è assai accogliente e pulita e corrisponde profondamente al mio gusto; con le sue piccole camere carine, le pareti totalmente bianche e prive d’ornamenti e i vasi di fiori sul davanzale mi ricorda spesso le nostre brave osterie contadine nella campagna di Salisburgo o in Tirolo. Niente del moderno lusso da Grand Hotel, niente del ripugnante servizio dei camerieri! Tutti i servizi sono svolti dai familiari dall’oste”, e continuando: “Ho preso la stanzetta più carina della casa. Nonostante sia molto piccola, è aperta, con ampie porte a due ante, su di una loggia alto-voltata, ampia e luminosa…”. 

Lo scrittore tedesco Wihlem Ritter von Wymental, che si firmava semplicemente Wyl, quando sbarcò alla marina, notò le insegne di tre alberghi ma preferì, da buon teutonico, raggiungere il Pagano, su in paese. Ecco come descrisse l’albergo a fine agosto del 1875: “…La stranezza più grande dell’Isola di Capri è l’Albergo Pagano, la Locanda degli artisti. Il suo simbolo è una rigogliosa palma imponente con una rigogliosa corona, che già da lontano ti saluta insolita e invitante. L’interno della casa è di una simpatica confusione, come in una cara, vecchia casa familiare; c’è anche un pianoforte abbastanza buono, mentre quello, nell’Albergo di Francia, ha un suono più lamentoso, come un vecchio con la gotta, che si sfiora all’improvviso. La cosa più originale del ‘Pagano’, il suo ornamento più bello sono i quadri, dipinti sulle porte delle stanze da artisti eccellenti, per passatempo nelle giornate di pioggia.

Qui trovi diverse opere carine e ben fatte del famoso francese Hamon, defunto sull’isola, per esempio una ‘Diana’ del 1870, e una fantastica figura di ragazza che si dondola su un fiore (forse una fiaba?). Altri artisti hanno adornato le porte con paesaggi pittoreschi dove pini dondolano le loro fronde nell’aria splendida, o un ridente villaggio di pescatori si affaccia sulla riva del mare e cose simili. C’è poi un grande album pieno delle caricature più divertenti, qui i pittori reciprocamente si attribuiscono lunghi nasi e gambe storte, cosicché l’album somiglia più ad un libro di schizzi di un folletto maligno. Come certamente piace all’artista, e come si comprende, anche qui, egli come un uccello migratore si riposa per un po’ di tempo, per preparare il nido a modo suo e renderlo accogliente! L’Albergo Pagano ha la sua tradizione, non è un albergo dalle dubbie origini ma ha la sua storia, i suoi documenti. C’è il libro degli ospiti del 1825, uno strano, piccolo libretto rilegato in pelle di maiale. In questo libro, il gentile pittore e poeta Kopisch, il 17 agosto 1826, ha raccontato in modo semplice, come con alcuni amici, come un abile muratore ha scoperto la Grotta Azzurra, che certamente gli antichi già conoscevano, ma dove da tanto tempo non vi entrava più nessuno per paura degli spettri”.

Alla morte di don Michele (1877), i figli, Giuseppe, Manfredi e Nicola ereditarono non solo la proverbiale tradizione familiare dell’accoglienza ma anche lo scrupoloso rispetto del testamento del padre in cui era prescritto che se un ospite “avesse reso noto lo stato di povertà, doveva essere tenuto a pensione ed alloggio per un limitato periodo senza alcuna spesa. (…) Infine, veniva ingiunto che nessuno dovesse pagare più di sei franchi al giorno per il vitto e alloggio. Ciò dà una piacevole aria di eccentricità al modo di vivere nell’Hotel Pagano”. L’indicazione era di non alzare il prezzo a più di 6 lire al giorno. L’anno seguente, alla morte di don Michele, un ospite belga testimoniò: “Qui si vive a buon mercato. Noi paghiamo cinque (sic!) franchi al giorno, tutto compreso, e consumiamo tre pasti eccellenti, innaffiati da vino locale, giustamente rinomato, a disposizione”. 

La maggior parte delle mura delle stanze, dei corridoi e delle sale dell’Hotel Pagano erano delle vere e proprie opere d’arte. Infatti, gli ospiti artisti potevano saldare il conto anche attraverso il loro talento artistico, trasformando le pareti delle sale in affreschi o le porte delle camere in dipinti. Questa singolare forma di pagamento ebbe inizio nel 1835 con un autoritratto disegnato dal famoso acquerellista Salomon Corrodi, imitata, con ovvio piacere da parte degli altri ospiti artisti. Apparvero, così, in ogni angolo dell’Albergo, sulle scale, nei corridoi e nella celebre sala da pranzo dipinti di futuri maestri come Edouard Sain, C.W. Allers, Jean Jacques Henner, Jean Loius Hamon, John Singer Sargent. Il saggista belga E.L. Victor De Laveleye che soggiornò all’Hotel Pagano verso la fine del 1870, scrisse: “Tutte le porte delle camere sono adorne di schizzi ad olio, spesso di ispirazione assai felice. Hamon e Sain vi hanno dipinto figure di fanciulle che non avrebbero sfigurato in un bassorilievo antico. Sui pannelli del salone è ritratto Hamon con il suo cane”. Ed ancora, “Già da 70 anni Don Pagano ora il figlio” – scriveva   Walther Trede nel 1893, in ‘Capri Die Perle des Mittelmeeres’ – “rappresenta il padre locandiere più onesto per pittori e poeti di tutto il mondo, così come per tutti coloro che a Capri si sentono pittori e poeti, senza per questo essere in grado di esprimere con colori o parole il loro stato d’animo o pensiero…”. Una locanda alla buona, dove fare allegra brigata mescolandosi familiarmente agli isolani, il vinello locale e una bella paesana da ammirare estasiato… A cosa poteva ambire di più un romantico sognatore? “Qui ci si sente a casa, in questa piccola Germania, su uno scoglio in mezzo al lontano oceano” – ancora Trede – “Cosa noi tedeschi definiamo accogliente è un qualcosa di sconosciuto, che nella propria e ricca lingua non ha corrispondente. Da don Pagano c’è l’accoglienza tedesca, la semplicità e la pulizia. Il padrone di casa non dimentica che il tedesco mangia e beve volentieri, e sedendosi innanzi ad una bella tavola imbandita, in compagnia dei connazionali, se è ancora legato al freddo Nord, gli si apre il cuore …”. 

Ma col passare del tempo nel voler offrire servizi di una certa qualità mantenendo prezzi bassi e facendosi pagare ‘in natura’ significava non poter coprire le spese per la gestione dell’albergo, tant’è che nel 1911 l’Hotel Pagano chiuse per bancarotta, restando aperta la sua ex dépendance, Villa Romana, all’epoca già indipendente come Albergo Manfredi Pagano.  Anche per le conseguenze della crisi dovuta allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’Hotel andò definitivamente in fallimento e nel 1922 fu venduto alla SIA (Società Immobiliare Alberghi), controllata dall’imprenditore piemontese Alberto Fassini, e fu ribattezzato “Hotel La Palma”.

A gestirlo fu chiamato un albergatore napoletano Giorgio Campione, già amministratore di due grandi alberghi. La nuova gestione, suscitando le lamentele del Sindaco Edwin Cerio, procedette ad un ampliamento del fabbricato e ad una radicale ristrutturazione, cancellando in un sol colpo tutte le decorazioni interne dipinte dagli ospiti. Un vero attentato alla Bellezza in nome del profitto che segnava la fine di un Mito.  Nel 1932 fu demolito il muro di cinta e modificato l’ingresso. Successivamente furono eseguiti ulteriori ampliamenti fino ad arrivare alla metà degli Anni Cinquanta quando l’albergo fu acquistato da Adamo Grilli, già proprietario dell’Hotel Grilli a Napoli. Negli Anni Sessanta l’edificio fu ricostruito ex-novo, riprendendo lo stile architettonico della primitiva costruzione. Negli anni Ottanta, invece, ci fu la ristrutturazione del piano terra e delle terrazze esterne con la realizzazione di una nuova scala d’accesso. Nel 2006 un ulteriore passaggio di proprietà alla famiglia Rizzo-Bottiglieri-De Carlino, armatori che iniziarono a diversificare gli interessi affacciandosi alla gestione alberghiera, fino alla vendita, a seguito di una procedura fallimentare. Agli inizi del 2020 RB Italy Holding, che è una società in portafoglio dei Reuben Brothers, ha proceduto all’acquisizione.

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